Corona risponde alla censura social con il teatro: cinque date di Falsissimo contro l’imoero Mediaset
Mentre Meta monitora i nuovi profili Instagram e YouTube oscura il canale del programma, l’imprenditore annuncia spettacoli dal vivo a Milano, Napoli, Roma, Catania e Padova per raccontare retroscena inediti.
Fabrizio Corona
La guerra tra Fabrizio Corona e l’impero Mediaset si sposta dal digitale ai tribunali, passando per i teatri italiani. Una vicenda che intreccia censura preventiva, richieste milionarie di risarcimento e l’eterno dibattito sui confini tra libertà di espressione e tutela della reputazione. Al centro della contesa, due puntate di Falsissimo dedicate ad Alfonso Signorini e ai presunti meccanismi opachi nella selezione dei concorrenti del Grande Fratello Vip. Contenuti che hanno spinto il conduttore televisivo a presentare ricorso d’urgenza davanti al Tribunale civile di Milano, ottenendo il 26 gennaio scorso un’ordinanza del giudice Roberto Pertile. Il provvedimento ha imposto all’ex fotografo dei vip la rimozione immediata di ogni video e contenuto testuale, audio o video legato al giornalista, da qualsiasi piattaforma social direttamente o indirettamente riconducibile a Corona.
La difesa dell’imprenditore milanese ha gridato alla censura, definendo l’iniziativa giudiziaria un atto intimidatorio “fatto con metodo mafioso. Nelle ultime puntate di Falsissimo, prima che le piattaforme digitali oscurassero i profili social del programma, Corona aveva tirato in ballo direttamente Mediaset, innescando una reazione a catena dell’azienda di Cologno Monzese. Meta ha proceduto con ripetute sospensioni degli account, avviando un monitoraggio sistematico dei nuovi profili legati al nome di Corona. Difficile ora stabilire quale sia quello ufficiale, in un gioco al gatto e al topo che vede le piattaforme applicare in piena autonomia le norme sul rispetto della privacy e sul divieto di diffondere contenuti minacciosi o diffamatori.
La risposta teatrale: cinque tappe
Mentre tenta di tornare su Instagram aprendo un nuovo profilo e ricominciando da zero, Corona ha scelto un altro campo da gioco. Falsissimo sale sul palco con cinque date già in cartellone per maggio. Si inizia il 7 a Milano, poi Catania, Napoli, Roma e Padova. I biglietti in prevendita oscillano tra 30 e 45 euro. L’obiettivo dichiarato è portare in scena un racconto senza filtri sul potere mediatico, l’informazione, il gossip, i nomi intoccabili e retroscena mai raccontati. Una visione che promette di rompere gli schemi della narrazione ufficiale, dove “la libertà di parola non si chiede. Si esercita, recita la nota diffusa dal Gruppoanteprima.
La mossa appare strategica. Sottrarre il format al controllo delle piattaforme digitali significa sottrarsi anche alle dinamiche di censura preventiva che hanno caratterizzato le ultime settimane. Il teatro offre uno spazio fisico, non mediato da algoritmi o policy aziendali, dove il confronto avviene senza filtri tecnologici. Una scelta che ricorda operazioni analoghe di altri comunicatori finiti nel mirino delle grandi piattaforme, costretti a cercare canali alternativi per raggiungere il proprio pubblico. Corona sembra voler rivendicare uno spazio di autonomia narrativa, trasformando la censura digitale in occasione di rilancio dal vivo.
Mediaset: 160 milioni e udienza a settembre
Ma la partita si gioca soprattutto nelle aule di giustizia. Il 21 settembre prossimo è fissata davanti al Tribunale civile di Milano la prima udienza della causa intentata dal gruppo Mediaset, da Pier Silvio e Marina Berlusconi, da Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi e Samira Lui. L’atto di citazione, notificato a Corona e alla sua società Atena, chiede 160 milioni di euro per danni reputazionali e patrimoniali. Una cifra che evidenzia la portata dell’offensiva legale e la determinazione dell’azienda di Cologno Monzese a ottenere un risarcimento esemplare.
Mediaset ha precisato che gli eventuali risarcimenti saranno destinati alla creazione di un fondo per la copertura delle spese di assistenza legale delle vittime di stalking, dei reati rientranti nel cosiddetto Codice rosso e di tutti i fenomeni di cyberbullismo. Una mossa che sposta il piano della contesa dal personale al simbolico, trasformando la causa in un’iniziativa di interesse pubblico. L’azienda parla di “violenza verbale inaudita, di “un insieme di menzogne, falsità e insinuazioni prive di qualsiasi fondamento. Nulla a che fare con il gossip, secondo Mediaset, ma piuttosto con un meccanismo organizzato “nel quale la menzogna diventa uno strumento di lucro, una “campagna d’odio con cui Corona “monetizza migliaia di euro ogni settimana.
Libertà di espressione o diffamazione sistematica
La vicenda riapre il dibattito sui limiti della libertà di espressione nell’era digitale. Da un lato, il diritto di cronaca e di critica, dall’altro la tutela della reputazione e della dignità personale. Corona rivendica il diritto di raccontare retroscena e svelare meccanismi che a suo dire resterebbero altrimenti opachi. Mediaset replica accusandolo di aver costruito un modello di business fondato sulla diffamazione sistematica, sull’uso strumentale della calunnia per generare visualizzazioni e introiti pubblicitari.
Il punto di equilibrio tra questi due principi spetta ai giudici. L’ordinanza del 26 gennaio ha già stabilito che i contenuti su Signorini eccedevano i limiti della cronaca legittima, configurandosi come lesivi della reputazione del conduttore. Ma la causa civile intentata da Mediaset punta a un obiettivo più ampio: stabilire un precedente che scoraggi campagne d’odio organizzate, indipendentemente dal mezzo utilizzato per diffonderle. La cifra richiesta, 160 milioni di euro, non è casuale. Serve a segnalare che certe forme di comunicazione hanno un costo, che la libertà di parola non coincide con la libertà di diffamare, che il confine tra informazione e aggressione verbale esiste e va rispettato.
Nel frattempo, Corona mostra il volto su Instagram, non parla ma lascia la parola a chi è dall’altra parte del telefono. Pochi secondi che sembrano ribadire l’intenzione di non fermarsi. La battaglia è appena iniziata. Il palcoscenico è pronto, i biglietti in vendita, l’udienza fissata. Settembre dirà se la libertà di parola può trasformarsi in libertà di offendere, se il racconto senza filtri coincide davvero con la verità o se, come sostiene Mediaset, si tratta soltanto di un sofisticato meccanismo di lucro fondato sulla menzogna.
