Manifatturiero eurozona a picco a marzo, Italia maglia nera

Manifatturiero eurozona a picco a marzo, Italia maglia nera
1 aprile 2020

Produzione manifatturiera a picco nell’area euro, ma il peggio ancora non si è visto. Secondo una indagine rischia di essere “senza precedenti”. Nonostante il crollo peggiore dell’attività dalla recessione del 2009 – con l’Italia a fare da maglia nera, essendosi mossa per prima a bloccare progressivamente l’attività delle aziende, data la gravità dei contagi da coronavirus – secondo gli esperti il pieno impatto della pandemia deve ancora verificarsi in tutta la sua gravità.

Già adesso, i dati definitivi dell’indagine tra i responsabili degli approvvigionamenti si atestano ai valori più bassi da 92 mesi sull’area euro: Purchasing managers index di marzo sul manifatturiero a 44,8 punti (erano stati indicati 44,5 punti nella stima preliminare), da 49,2 punti a febbraio. Il dato è della società di ricerche Ihs Markit, che riporta cali su produzione e nuovi ordini e un peggioramento da record sui tempi medi di consegna dei fornitori. In questa indagine i 50 punti sono la soglia limite tra crescita e contrazione dell’attività. E in Italia l’indice Pmi relativo al manifatturiero ha segnato il valore più debole di tutta l’area euro, 40,3 punti, ossia il minimo da quasi 11 anni. La produzione in Italia, soprattutto, è crollata secondo Markit al tasso maggiore da quando l`indagine è iniziata, nel giugno del 1997. L’enorme pressione sulla catena di distribuzione ha influenzato i tempi medi di consegna da parte dei fornitori, che si sono allungati al livello maggiore mai registrato dalla serie storica.

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Il fatto che anche il resto dell’area euro finisca a valori analoghi o anche peggiori sembra solo questione di tempo. Già a marzo in tutta l`eurozona, la contrazione della produzione manifatturiera è stata la maggiore dall’aprile del 2009. A picco gli ordini, riporta Markit, e anche le esportazioni, incluso il commercio intra-eurozona. Il quadro de Paesi vede un impatto ancora differenziato dalla pandemia. C’è chi ha già, come l’Italia, subito contraccolpi molto gravi: Irlanda (indice Pmi a 45,1 punti), minimo da 127 mesi; Francia (43,2 punti) minimo su 86 mesi; Spagna (45,7 punti) minimo da 83 mesi. Chi si trova in una via di mezzo, come a Grecia con 42,4 punti, minimo da 55 mesi. E poi alcuni Paesi il cui indice ancora non ha subito il pieno contraccolpo: Austria (45,8 punti) minimo da 5 mesi, Germania (45,8 punti) minimo solo da 2 mesi, così come l’Olanda (50,5 punti, perfino sopra la soglia di neutralità).

In precedenza segnali di recessione sono giunti da indagini analoghe su Giappone, Filippine, Corea del Sud, Indonesia, Malesia, Thailandia e Vietnam, mentre i dati su Cina e Taiwan indicano solo stabilizzazioni su valori deboli. (I dati sulla Cina, oltre a quelli sull’industria soprattutto quelli relativi ai contagi di Covid-19 sono di nuovo al centro di perplessità sollevate da più parti, come dalla casa Bianca). L’Italia intanto ha già pagato a caro pezzo la pandemia in termini di produzione. Secondo Lewis Cooper, l’economista di Ihs Markit che elabora il report sulla Penisola “l`indice della produzione, con un crollo record di 19,1 punti rispetto a febbraio ha registrato il tasso di contrazione più alto in quasi 23 anni di raccolta dati. I problemi derivanti dal coronavirus, le misure di emergenza e la generale forte incertezza che aleggia attorno alla pandemia hanno inevitabilmente influito sulle previsioni di marzo”.

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“L`ottimismo per quanto riguarda la produzione nel corso dei prossimi dodici mesi ha raggiunto il livello più basso da quando è iniziata la raccolta dati a luglio 2012. Detto ciò le aziende sono rimaste mediamente ottimiste e prevedono un aumento dell`attività dagli attuali livelli. Generalmente parlando, i dati di marzo hanno evidenziato i risultati peggiori del settore mai registrati sinora e, considerando che l`economia italiana è praticamente ferma, è improbabile che una qualsiasi ripresa dalle interruzioni dovute al Covid-19 possa essere rapida”, aggiunge Cooper. L’indice Pmi relativo al manifatturiero di tutta l’area euro, invece “non rispecchia la reale entità” del crollo “in quanto include i ritardi della catena di distribuzione, che di fatto hanno un effetto positivo sul valore totale”, avverte il capo economista di Markit, Chris Williamson. “Le consegne più lente solitamente sono viste come segnali di aumento della domanda, al momento però, la contrazione quasi record è indicativa delle chiusure delle fabbriche a livello globale”.

“Per capire meglio la gravità della situazione e su come il collasso del settore manifatturiero colpirà l`intera economia, dobbiamo osservare la produzione e i nuovi ordini. Questi indici infatti – dice ancora Williamson – suggeriscono un crollo della produzione al tasso maggiore dal 2009, che sta raggiungendo una contrazione annuale a doppia cifra. La preoccupazione è che il peggio del declino debba ancora materializzarsi”. “Oltre al duro colpo inflitto alla produzione manifatturiera con la semplice chiusura delle aziende, durante le prossime settimane assisteremo possibilmente ad un forte declino della spesa da parte delle aziende e dei consumatori. Le misure prese per fronteggiare il coronavirus infatti – spiega – faranno ridurre drasticamente gli ordini a quelle poche aziende che ancora operano nel mercato”. Chiusure delle aziende, isolamento collettivo e aumento della disoccupazione probabilmente avranno ripercussioni senza precedenti sulla spesa in tutto il mondo – conclude il capo economista di Ihs Markit – abbattendo la domanda di un vasto numero di beni. Le sole eccezioni saranno per le aziende produttrici di alimenti e quelle farmaceutiche, mentre le altre fasce del settore manifatturiero potrebbero osservare contrazioni mai osservate finora”.

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