Cosa dicono davvero sul vaccino Pfizer i dati di Israele

Cosa dicono davvero sul vaccino Pfizer i dati di Israele
7 luglio 2021

Il ministero della Salute israeliano, Paese a cui tutti guardano perché ha la copertura vaccinale contro la Covid-19 più elevata, col oltre il 57% della popolazione alla seconda dose (il 90% degli over 50 ha completato il ciclo) ha diffuso alcuni dati sull’efficacia nei confronti della ormai dominante (nel Paese) variante Delta del vaccino Pfizer che hanno provocato reazione opposte: c’è chi ha parlato di efficacia ridotta (brutte notizie) e chi di efficacia confermata (buone notizie). Dove sta la verità? Dipende dalla prospettiva. Lo studio dice che il vaccino Pfizer Covid-19 è meno efficace contro la variante Delta del Sars-cov-2 per quanto riguarda la prevenzione dal contagio e dalla malattia sintomatica: è efficace per il 64%, con un calo quasi del 30%. Ma lo studio dice anche che il vaccino resta ancora efficace al 93% (era del 97% contro il ceppo originario e la variante inglese) nel prevenire i ricoveri e le forme gravi di malattia da Covid-19.

Oggi alcuni esperti israeliani hanno in realtà criticato lo studio del ministero della salute, sottolineando che non sono stati resi noti i dati su cui si basavano i risultati né come sono stati elaborati, e senza tenere conto dei rapporti di proporzione numerica e qualitativa tra la platea dei vaccinati e dei non-vaccinati. “Abbiamo visto una diminuzione dell’efficacia del vaccino, ma ci sono diversi possibili fattori che potrebbero aver causato questo – ha sottolineato al quotidiano Ynet il professor Doron Gazit, ricercatore all’Università ebraica di Gerusalemme – ad esempio, il fatto che finora la maggior parte dei casi confermati sia stata registrata in comunità con alti tassi di vaccinazione, questa variabile potrebbe influenzare notevolmente l’analisi”. L’analisi, insomma, dovrebbe essere più specifica, dal momento che in Israele solo il 10% circa degli over 50 non è vaccinato.

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Il dato minor efficacia dal contagio, efficacia confermata contro malattia grave sembra anche in linea con l’andamento della curva epidemiologica: il nuovo aumento dei contagi è indubbio, nelle ultime 24 ore sono stati superati i 500 casi e non accadeva da marzo, ma il dato dei morti e dei ricoveri resta sostanzialmente stabile. Ma anche qui ci sono da fare precisazioni. Una riguarda la platea dei nuovi casi: il quotidiano israeliano Ynet sottolinea che dei 501 nuovi casi il 50% sono studenti (50.000 persone in quarantena). La seconda riguarda il tempo: è ancora troppo presto per dire qualcosa sui ricoveri e sulla mortalità, sono dati che “maturano” più tardi a distanza di due-tre settimane dal contagio.

Il virologo della Statale di Milano Fabrizio Pregliasco invita a considerare proprio questi due aspetti per capire la situazione in cui siamo adesso, tenendo conto che Israele e Regno Unito registrano quello che tra un po’ potrebbe accadere anche in Italia: “Il risultato di efficacia del vaccino rispetto alla malattia grave con la variante Delta è paragonabile all’originario, stiamo parlando di un’efficacia tra il 93 e il 94%, ed è questo il vero obiettivo della vaccinazione, il motivo per cui i vaccini sono stati prodotti è per salvare dalla malattia grave. Quindi sono efficaci. E’ vero anche che se il vaccino protegge meno dalla possibilità di contagio, l’aspetto epidemiologico che riguarda la catena di trasmissibilità è da rivedere, o quanto meno bisogna saperlo e tenere conto del fatto che anche i vaccinati possono contrarre il virus e contagiare”.

Questo “soprattutto a fronte di una politica del voler riaprire tutto. Questa certezza va messa in discussione. Secondo me serve ancora prudenza e soprattutto gradualità”. Pregliasco guarda in particolare al Freedom day annunciato da Boris Johnson il 19 luglio, nonostante la variante Delta corra con 20mila contagi al giorno. E facendo i debiti conti sottolinea che a quella data bisognerà guardare davvero per capire se veramente a fronte di nuovi contagi i ricoveri e la mortalità non aumenta: “L’incremento sui ricoveri e sui decessi ormai lo sappiamo si vede a tre-cinque settimane di distanza dal contagio, quindi per sapere davvero quale rischio correre dobbiamo aspettare quel tempo, dall’inizio dell’aumento dei contagi, per essere sicuri che davvero i malati gravi non aumentano. Io confido nel vaccino e mi aspetto dati positivi ma per avere la certezza aspettiamo che i dati siano ‘maturi’. Quindi ancora 15 giorni e sapremo davvero, guardando oltremanica, se il sistema tiene. Dobbiamo essere sempe in grado di aggiustare il tiro, se serve”.

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Situazioni da tener presente quelle dell’Inghilterra e di Israele perché l’Italia seguirà a ruota, quindi meglio imparare da eventuali errori. Ad esempio Israele sul togliere le mascherine al chiuso ha dovuto cambiare idea. Intanto il vaccino è lo scudo migliore da non perdere: “Il 40% dei vaccinati con la seconda dose è un buon risultato ma bisogna proseguire con una vaccinazione serrata, convincendo soprattutto lo zoccolo duro dei 60enni, tipicamente restii anche alla vaccinazione influenzale, e vaccinare anche adolescenti e bambini”, sottolinea Pregliasco, ricordando che “effetti collaterali del vaccino ci possono essere ma anche per bambini e adolescenti sono più gravi i possibili effetti della malattia da Covid-19”. Senza contare che “più il virus replica, più varianti dovremo affrontare”.

Che “è vero che il virus tende darwinianamente a privilegiare le variazioni che combinano caso e necessità e sono più vantaggiose per sopravvivere, quindi tende a essere più contagioso e non ha vantaggi nel diventare più letale, ma per tenerlo comunque sotto controllo bisogna contenerlo”. E per non commettere errori sembra fondamentale ricordare che il virus Sars-Cov-2 non sparità per magia ma è destinato a diventare endemico, in altre parole ci dovremmo fare i conti, almeno per un po’: “Almeno per tre-quattro anni. Poi – aggiunge Pregliasco – potrebbe anche diventare come altri coronavirus e dare solo sintomi influenzali”. Con una postilla: “L’influenza in Italia causa diecimila morti all’anno, e il dato si tralascia, si sottovaluta”, quindi ricordando che sia per l’influenza e sia per la Covid esiste il vaccino, “invece di assuefarsi alla mortalità, vacciniamo e vacciniamoci”. askanews

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