Il centrosinistra discute da mesi di primarie, regole e leadership. Ora Conte tira fuori il «terzo nome»: una soluzione che nessuno ha ancora saputo trasformare in proposta concreta e che nel Pd viene letta come una mossa per evitare lo scontro diretto
C’è un modo semplice per raccontare la vigilia della Direzione del Pd: il centrosinistra discute da mesi di tutto tranne che di come governare il Paese. Discute di chi debba guidarlo. Prima il duello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Poi le primarie, sì o no. Poi le regole, il doppio turno, i rapporti con Avs e con i centristi. Adesso arriva il terzo nome.
Conte lo ha rimesso sul tavolo proprio alla vigilia della Direzione democratica: sarebbe disponibile, dice, a concordare una figura «terza» rispetto ai leader. Nessun nome, però. Nessuna candidatura. Nessuna proposta concreta. Solo l’ennesimo capitolo di una partita che il centrosinistra porta avanti da mesi senza riuscire a chiuderla.
Il terzo nome che non c’è
Nel Pd, infatti, la lettura prevalente è netta: quello di Conte è un bluff. Non necessariamente perché l’idea di un federatore sia in sé impraticabile, ma perché finora il «terzo nome» è rimasto una formula politica, non una soluzione. Persino le ipotesi circolate nelle ultime ore, da Pier Luigi Bersani a Franco Gabrielli, sono rimaste nel campo delle indiscrezioni e delle suggestioni.
Il punto politico è un altro. Conte sa che le primarie sono un terreno scomodo per una parte dell’elettorato democratico e per diversi dirigenti del Pd. Da settimane, dentro il campo largo, c’è chi teme che il confronto tra Schlein e Conte possa trasformarsi in una conta lacerante. Avs ha più volte sostenuto l’idea di una figura condivisa per evitare i gazebo. Anche nel Pd non mancano le perplessità.
Così il leader del M5s può permettersi di presentarsi come quello che ha tentato tutte le strade per evitare lo scontro. «Ho dato subito la mia disponibilità a concordare un nominativo che fosse anche terzo rispetto ai leader», ha detto Conte. La conclusione, però, resta quella già prevista: «Abbiamo di fronte le primarie».
È una posizione politicamente conveniente. Se le primarie si faranno, Conte potrà dire di averle subite. Se non si faranno, potrà rivendicare di aver cercato una soluzione unitaria. Nel frattempo, il problema della leadership resta esattamente dov’era.
La lunga partita tra Elly e Giuseppe
Ed è questo il punto che il centrosinistra continua a rimuovere. Da mesi la coalizione è impegnata in una partita personale tra Schlein e Conte. La segretaria Pd rivendica una regola semplice: o il leader viene individuato sulla base del risultato del partito alle elezioni, oppure si vota alle primarie. Il M5s, invece, continua a mettere in discussione il meccanismo e a proporre soluzioni alternative.
In mezzo ci sono gli alleati, che oscillano tra il desiderio di evitare il duello e l’impossibilità di trovare una figura capace di sostituirlo. È il paradosso di una coalizione che vuole presentarsi come alternativa di governo e che, prima ancora di aver definito compiutamente programma e alleanze, non ha ancora stabilito chi debba guidarla.
La discussione sulla leadership è diventata la leadership.
E il «terzo nome» rischia di essere soltanto l’ultimo espediente di una partita che cambia formula senza cambiare sostanza.
Schlein non vuole farsi logorare
La Direzione del Pd arriva dunque nel momento più delicato. Schlein dovrebbe confermare la propria linea: prima la costruzione del programma comune, poi il percorso per la scelta del candidato. La segretaria insiste sulla necessità di costruire una piattaforma insieme agli alleati e punta ad aprire il confronto già nelle prossime settimane.
Ma dietro la cautela c’è una consapevolezza politica precisa: ogni giorno passato a discutere di Conte, Schlein e primarie è un giorno in cui la segretaria viene costretta a giocare sul terreno scelto dagli altri.
Per questo nel Pd cresce la tentazione di rispondere al leader M5s, anziché lasciargli il monopolio della provocazione. La maggioranza schleiniana non vuole che passi l’idea di una Schlein che, per ambizione personale, trascina l’intera coalizione ai gazebo. È una rappresentazione che Conte può alimentare senza neppure presentare un candidato alternativo.
La partita, insomma, è anche comunicativa: Conte cerca di apparire come quello che offre una via d’uscita; Schlein deve dimostrare che la via d’uscita non può consistere nel rinviare ancora una volta la decisione.
Il vero problema è che manca una decisione
Carlo Calenda ha avanzato anche l’ipotesi che il pressing di Conte possa preparare una futura uscita del M5s dall’alleanza. Nel Pd, però, questa lettura viene respinta: l’interesse di Conte sarebbe quello di restare dentro la partita e condizionarla, non di abbandonarla.
Resta però il dato politico più evidente. Da mesi il centrosinistra è immerso in una discussione quasi esclusivamente autoreferenziale sulla propria leadership. Schlein contro Conte. Conte contro Schlein. Primarie sì, primarie no. Primarie a uno o due turni. Candidato del Pd o candidato della coalizione. E adesso il terzo nome.
Il risultato è una coalizione che sembra aver trasformato la scelta del leader nel proprio principale programma politico.
Domani Schlein dovrà provare a interrompere questo logoramento. La strada indicata è quella del programma, da costruire insieme agli alleati e da chiudere entro la fine dell’anno. Ma anche qui il problema torna al punto di partenza: prima o poi qualcuno dovrà decidere chi guida.
E a quel punto il terzo nome dovrà diventare un nome vero, con un volto, una candidatura e un consenso. Altrimenti resterà quello che nel Pd molti considerano oggi: non una soluzione, ma una carta calata sul tavolo per non giocare ancora la mano decisiva.

