Editoriale

Debito pubblico alle stelle, l’Europa ricomincia a bacchettarci

Il debito pubblico dell’Italia torna nel mirino di Bruxelles. In un rapporto redatto dalla Commissione Ue, meno di quarantottore fa, le cifre sono implacabili. Un chiaro allarme non solo per il disavanzo ma soprattutto per una produttività che da anni stenta a decollare. Elementi che, di conseguenza, fanno dell’Italia un Paese sempre più vulnerabile. Per dirla con lo stesso documento europeo, l’elevato debito pubblico italiano “può avere ricadute negative per l’intera zona euro”. Per meglio capire, il disavanzo si attestava al 134,4% a fine 2018 e al 134,6% a fine 2019, prima di salire al 155,8% del Pil a fine 2020 quando è stato segnato come il secondo più alto nell’area dell’euro. Gli elevati costi per il servizio del debito, tra l’altro, non solo riducono lo spazio fiscale per rispondere agli shock economici ma possono dar luogo a un effetto valanga dannoso se i tassi di interesse superano significativamente la crescita del Pil nominale.

Inoltre, le elevate esigenze di rinnovo del debito, comportano rischi di rifinanziamento significativi ed espongono le finanze pubbliche italiane a qualsiasi aumento improvviso dell’avversione al rischio dei mercati finanziari. Gli aumenti prolungati dei rendimenti sovrani possono avere effetti economici negativi attraverso l’esposizione delle istituzioni finanziarie nazionali al debito pubblico, con possibili ricadute negative sul settore bancario e sulle condizioni di finanziamento per le imprese e le famiglie. Per il 2022, l’Ue prevede una leggera diminuzione del deficit passando dal 159,8% di quest’anno al 156,6%. Tuttavia, dalle pagine del rapporto Ue non trapela ottimismo. L’analisi della sostenibilità del debito, infatti, conferma gli elevati rischi nel medio termine. Secondo la proiezione di riferimento a 10 anni, il debito si stabilizzerebbe nei prossimi cinque anni e diminuirebbe nella seconda metà del periodo, pur rimanendo su un livello elevato. In sostanza, è probabile che il rapporto debito/Pil possa essere più elevato nel 2025 rispetto al 2020.

Insomma, la Commissione europea raccomanda all’Italia di “limitare l’aumento della spesa corrente” e di perseguire politiche di bilancio “prudenti” mentre bisogna continua a sostenere gli investimenti aggiuntivi necessari alla ripresa avvalendosi del Recovery fund. Ed è proprio al Piano nazionale di ripresa e resilienza che è legato il destino del nostro Paese. Il Pnrr dovrebbe avere un impatto positivo e duraturo sostanziale sulla crescita della ricchezza italiana nei prossimi anni, il che dovrebbe contribuire a rafforzamento della sostenibilità del debito. Uno scenario, tuttavia, che fa i conti senza l’oste, ovvero il Patto di Stabilità. Infatti, sempre nel rapporto in questione, la Commissione europea formalizza la raccomandazione a mantenere anche sul 2022 la clausola di sospensione del Patto, con la prospettiva di disattivarla (e tornare così all’applicazione delle regole) dal 2023.

“Sono molto fiducioso che il Consiglio sarà pianamente concorde con questo approccio”, ha affermato il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni. “Un conto è usare le finanze pubbliche per finanziare la spesa corrente, un altro – ha avvertito l’ex premier – è se vengono usate per finanziare ricerca, educazione e infrastrutture pubbliche”. Capitolo a parte, infine, la posizione di bilancio a medio termine, compresi gli investimenti. Si prevede che il disavanzo delle amministrazioni pubbliche aumenterà dal 9,5% del Pil nel 2020 all’11,7% nel 2021, per poi scendere al 5,8% nel 2022. Si stima che gli investimenti pubblici aumenteranno dal 2,7% del Pil nel 2020 al 2,9% nel 2021. Il sostegno di bilancio finanziato a livello nazionale nel 2020 e nel 2021 – misurato dalla variazione del saldo primario rispetto al livello pre-crisi (2019) – è stimato inoltre all’8% e al 10,2% rispettivamente del Pil, comprese le misure discrezionali di bilancio e il funzionamento degli stabilizzatori automatici.

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