Diplomazia tra le macerie: Israele annuncia colloqui diretti con il Libano, l’Iran detta le condizioni su Hormuz e Mattarella invoca l’intervento Ue

Mentre oltre 300 vittime testimoniano la ferocia dell’offensiva israeliana contro Hezbollah, il premier Netanyahu annuncia colloqui diretti con i leader libanesi da tenersi a Washington la prossima settimana, in un quadro diplomatico che vede l’Italia in prima linea

Benjamin Netanyahu e Mojtaba Khamenei

Benjamin Netanyahu e Mojtaba Khamenei

Israele annuncia colloqui diretti con il Libano per il disarmo di Hezbollah mentre l’offensiva militare prosegue con oltre 300 morti, in un contesto in cui Trump chiede moderazione e l’Iran di Khamenei pone condizioni rigide per i prossimi negoziati di Islamabad di sabato.

La diplomazia avanza, i bombardamenti non si fermano. Israele ha aperto formalmente alla trattativa con il Libano — colloqui attesi a Washington la prossima settimana, con in agenda il disarmo di Hezbollah — ma Netanyahu ha ribadito che le operazioni militari continueranno “con grande forza”.

Più di 300 morti a Beirut nell’attacco di mercoledì. Trump chiede “profilo basso” ma avverte: se l’accordo non regge, verranno “scontri a fuoco più forti di quanto si sia mai visto”. L’Iran del nuovo Khamenei risponde con richieste di risarcimento e il dossier Stretto di Hormuz. Sabato la grande prova: a Islamabad apre il tavolo trilaterale che potrebbe cambiare il Medio Oriente.

Trattativa e offensiva, in parallelo

Il messaggio di Netanyahu agli abitanti del nord di Israele non lascia margini di ambiguità: “Non c’è nessun cessate il fuoco”. Parole pronunciate nelle stesse ore in cui lo Stato ebraico annunciava la disponibilità a sedersi al tavolo con Beirut. È la contraddizione che definisce questa fase: la diplomazia spinge verso una de-escalation strutturata, le bombe continuano a cadere.

I colloqui — attesi a Washington la prossima settimana — hanno un doppio obiettivo formalmente dichiarato: smantellare l’arsenale della milizia sciita e costruire un accordo di pace bilaterale tra i due paesi. Un’ambizione di portata storica, considerando che Israele e Libano sono tecnicamente in stato di guerra da oltre settant’anni. Ma l’offensiva di mercoledì, con oltre 300 vittime, ha immediatamente ristretto i margini di manovra.

L’Iran ha definito senza esitazioni gli attacchi israeliani una “palese violazione” del cessate il fuoco. Il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Ghalibaf, ha avvertito che la prosecuzione dei raid comporterà “costi espliciti e risposte forti”, chiedendo di “spegnere immediatamente l’incendio”. Anche Mosca ha alzato la voce, ribadendo che gli accordi mediati dal Pakistan devono applicarsi al fronte libanese senza eccezioni.

Khamenei detta le condizioni, Trump risponde

La vera partita si gioca però ad Islamabad, dove sabato si apre il tavolo trilaterale Iran-Israele-Stati Uniti sotto mediazione pakistana. È in questo quadro che Mojtaba Khamenei — succeduto al padre Ali come Guida suprema quaranta giorni fa — ha fissato le condizioni di Teheran: risarcimento dei danni subiti e una “nuova fase” per la gestione dello Stretto di Hormuz. Due richieste che Trump, in un’intervista a Nbc, ha in parte minimizzato, descrivendo i leader iraniani come “molto più ragionevoli” nei colloqui diretti di quanto appaiano nei comunicati pubblici.

“Stanno accettando tutto ciò che devono accettare,” ha aggiunto, con il tono di chi gestisce una resa negoziata. La minaccia, però, resta in campo: se l’accordo non sarà rispettato, ha avvertito, seguiranno “scontri a fuoco più forti di quanto si sia mai visto prima”.

Nel frattempo, un segnale concreto è arrivato dai dati di tracciamento marittimo: la petroliera “Msg”, battente bandiera gabonese, è diventata la prima nave non iraniana ad attraversare lo Stretto di Hormuz dopo la crisi, diretta in India con un carico di olio combustibile. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco sono transitate anche due petroliere iraniane e sei portarinfuse. Lo Stretto respira, ma il dossier resta aperto.

Roma in prima linea, da Tajani a Mattarella

Nell’intricato gioco delle diplomazie, l’Italia ha scelto una posizione attiva. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani volerà lunedì a Beirut — una missione simbolica in una capitale che conta i morti — per esprimere la vicinanza italiana. Palazzo Chigi, attraverso una nota di Giorgia Meloni, ha accolto “con soddisfazione” l’annuncio dei colloqui diretti israelo-libanesi, ribadendo che Roma “da tempo sostiene attivamente” quella soluzione e ha condannato la “decisione irresponsabile di Hezbollah di trascinare il Libano in questo conflitto”.

L’obiettivo dichiarato dal governo è il ripristino della sovranità statale libanese sull’intero territorio nazionale, incluso il monopolio statale sulle armi. Il presidente Sergio Mattarella — da Praga, al termine dell’incontro con il collega ceco Petr Pavel — ha usato parole nette: il Libano, paese “con un nuovo governo che procede a una stabilizzazione crescente”, è oggi “sotto una tempesta di bombardamenti devastanti”.

E ha chiamato l’Unione Europea a costruire una “posizione comune” in tempi rapidi, per avanzare “proposte autorevoli e credibili” in una crisi che, ha sottolineato, riguarda “l’equilibrio mondiale”, non solo i territori direttamente coinvolti. La pressione su Bruxelles si fa concreta: mentre i mediatori pakistani preparano il palcoscenico di Islamabad, l’Europa rischia ancora una volta di restare a guardare.