L’euro sfiora 1,19 sul dollaro, livello non visto dall’estate 2021, in una giornata di forte tensione sui cambi. La moneta unica ha poi moderato i guadagni, ma la debolezza del biglietto verde sembra strutturale. Il vento contrario per le esportazioni Ue si alza in un contesto già fragile, in attesa dei dati sul commercio estero e del Pil. Intanto, l’oro vola oltre i 5.000 dollari, mentre l’argento esplode con un balzo del 12%. Una tempesta perfetta alimentata da tensioni geopolitiche e da uno scontro senza precedenti tra la Federal Reserve e l’amministrazione Trump.
Il quadro finanziario globale è scosso da movimenti simultanei. Il dollaro arretra non solo sull’euro, ma su un ampio fronte. La pressione nasce da lontano: dalle speculazioni sui titoli di Stato giapponesi e dallo yen in caduta libera, che hanno fatto serpeggiare l’ipotesi di un intervento congiunto USA-Giappone per sostenere la valuta nipponica. Uno scenario che aggiunge incertezza in mercati già nervosi.
Sullo sfondo, le tensioni internazionali non accennano a placarsi. Dopo la fase più acuta della disputa USA-UE sulla Groenlandia, un nuovo potenziale focolaio si è riacceso sul Medioriente. Indicazioni di movimenti della portaerei americana Abraham Lincoln verso l’area del Golfo Persico, tra venerdì e il fine settimana, hanno riaperto i timori di un escalation con l’Iran. In questo clima, gli investitori cercano riparo nei beni tradizionalmente sicuri.
L’oro ha infranto ogni record, superando per la prima volta la soglia psicologica dei 5.000 dollari l’oncia, per consolidarsi poi nettamente sopra i 5.080. Ancora più esuberante il rally dell’argento, schizzato oltre il 12% a 113,95 dollari. Sale anche il platino. Una corsa guidata non solo dalle paure geopolitiche, ma anche da fattori di fondo consolidati, come i massicci acquisti delle banche centrali dei paesi ex emergenti, intenzionate a diversificare le riserve.
Questa settimana, il focus si sposterà brutalmente sulla politica monetaria americana e su uno scontro che travalica i mercati. Mercoledì sera, il Federal Open Market Committee (FOMC) comunicherà le sue decisioni sui tassi di interesse. Ma l’evento sarà totalmente eclissato dalla bufera istituzionale che circonda il presidente della Fed, Jerome Powell.
Il Dipartimento di Giustizia americano gli ha notificato un mandato di comparizione davanti a un gran giurì, per presunti illeciti sui costi degli appalti per il rinnovo della sede della Banca centrale. Una mossa senza precedenti che Powell ha definito, in un duro comunicato, un tentativo di “mettere a repentaglio l’autonomia” della Fed. Uno scontro diretto con l’amministrazione Trump che rischia di inquinare la percezione di indipendenza dell’istituto.
Intanto, i fondamentali economici tra le due sponde dell’Atlantico divergono. L’economia americana viaggia a ritmo sostenuto: il Pil del terzo trimestre è stato rivisto al rialzo, a un robusto +4,4% su base annua, il dato migliore da due anni. A dicembre, l’inflazione si è assestata al 2,7%. Un quadro di forza che contrasta con la fragilità dell’area euro, dove la crescita stenta a decollare e le prospettive per le esportazioni si complicano proprio per il cambio più forte.
Il dollaro potrebbe quindi sperimentare un supplemento di volatilità nei prossimi giorni. Da un lato, i dati economici robusti potrebbero sostenerlo; dall’altro, lo spettro di una Fed sotto attacco politico e l’incertezza geopolitica continuano a spingere gli investitori verso altre valute e asset rifugio. La moneta unica, in questo braccio di ferro, rischia di essere più un termometro della febbre globale che un attore protagonista. I prossimi movimenti dipenderanno non solo dai dati, ma dalla capacità delle istituzioni di tenere la barra in una tempesta perfetta.