Dopo i due morti al Parco degli Acquedotti, gli anarchici attaccano i giornalisti Rai
L’aggressione alla troupe della Tgr Lazio non è un episodio isolato né un incidente di percorso. Va letta sullo sfondo di una settimana già segnata da una drammatica escalation: due anarchici, Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, sono morti in un casale abbandonato del Parco degli Acquedotti mentre fabbricavano un ordigno artigianale. La troupe di Viale Mazzini stava facendo esattamente il suo mestiere: documentare le ripercussioni di quell’evento sulla galassia dei movimenti antagonisti romani, con particolare attenzione agli stabili occupati del Quadraro. È lì che è scattata la trappola.
Il fatto: violenza sistematica, non improvvisata
Nella tarda mattinata, l’operatore e un assistente stavano riprendendo dall’esterno gli stabili occupati quando sono stati violentemente aggrediti: l’operatore è dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso, la telecamera è stata gravemente danneggiata. Un dettaglio non trascurabile: la memory card con le immagini registrate è stata ritrovata solo dopo qualche ora a terra da un giornalista della Tgr. Segno che l’obiettivo non era solo fisico, ma informativo: cancellare le immagini, impedire che circolassero. Non una rissa, insomma. Un’azione mirata contro il giornalismo.
Gli attori in campo: coro unanime, ma con accenti diversi
La risposta istituzionale e di categoria è stata compatta nella forma, ma vale la pena distinguerne le sfumature. La Rai, attraverso una nota ufficiale, ha parlato di fatto inaccettabile che colpisce non solo i professionisti coinvolti, ma anche il diritto dei cittadini a essere informati, definendo ogni forma di violenza contro i giornalisti un attacco alla libertà di stampa e ai principi democratici. Usigrai, i Cdr Tgr e il Cdr Tgr Lazio hanno scelto un registro più duro, denunciando l’esistenza di zone dove i media non possono svolgere il loro lavoro e auspicando che l’autorità giudiziaria disponga rapidamente indagini. L’Unirai, ancora più esplicitamente, ha puntato il dito contro quello che ha chiamato un problema strutturale: gli stabili occupati non possono diventare territori off-limits per lo Stato e per la stampa.
Sul piano politico, Fratelli d’Italia ha giocato la partita su due livelli. La Commissione Vigilanza Rai ha emesso il comunicato di solidarietà di rito, inserendo però un passaggio rivelatore: l’aggressione come conferma della “pericolosità” degli esponenti anarchici, collegando implicitamente l’episodio all’inchiesta in corso sul doppio decesso al Parco degli Acquedotti. La senatrice Cinzia Pellegrino, capogruppo FdI in Commissione diritti umani, ha seguito la stessa linea: quanto accaduto, in un contesto già segnato da tensioni legate ad ambienti anarchici, conferma la pericolosità di derive che non esitano a ricorrere alla violenza per intimidire e impedire il racconto della realtà.
Le dinamiche di potere: chi guadagna e chi perde
L’aggressione arriva in un momento in cui le indagini sull’attività della galassia anarchica romana sono già al centro dell’attenzione giudiziaria. La Digos sta analizzando documenti sequestrati negli ambienti anarchici e dispositivi trovati nell’abitazione in cui i due anarchici deceduti si appoggiavano nella Capitale, mentre una prima informativa è stata inviata in Procura, che ha aperto un fascicolo coordinato dal pool antiterrorismo. In questo contesto, colpire una troupe televisiva al Quadraro equivale, dal punto di vista degli aggressori, a erigere una barriera simbolica e fisica attorno a quello spazio: un tentativo di segnare un confine tra ciò che è visibile e ciò che non deve esserlo.
Per la destra di governo, l’episodio offre invece una narrativa politicamente fertile: quella della violenza di sinistra che minaccia le istituzioni democratiche, a partire dal servizio pubblico radiotelevisivo. Non è un caso che le dichiarazioni di FdI abbiano mescolato solidarietà ai giornalisti e denuncia della pericolosità degli anarchici in un unico comunicato.
Prospettive: il nodo delle “zone franche”
Il vero nodo che emerge dall’episodio è quello sollevato da Unirai con l’espressione “zone franche”: esistono aree urbane — il Quadraro non è certo l’unico caso in Italia — dove la presenza dei media è considerata dagli occupanti un atto ostile da respingere con la forza. La questione non riguarda solo la sicurezza dei giornalisti, ma la tenuta del principio secondo cui il diritto di cronaca vale in ogni luogo e per chiunque. La risposta giudiziaria, attesa nei prossimi giorni, dirà molto sulla capacità delle istituzioni di far valere quel principio anche nelle periferie più politicamente cariche della capitale.
