Politica

Draghi: Putin non vuole pace, non c’è allarme economia guerra

“Da Putin non c’è volontà di pace ma volontà di guerra”. Nonostante questo la pace va cercata “a ogni costo” e se c’è un sentiero che può avere successo è quello che vede in campo Usa e Cina. Nel giorno in cui annuncia un “ritorno alla normalità” con la graduale eliminazione delle restrizioni contro il Covid, il presidente del Consiglio Mario Draghi parla della guerra e delle sue conseguenze economiche. Oggi, in un nuovo Cdm, sarà varato un decreto su caro-bollette e carburanti ma, assicura, non è “ancora” il momento di lanciare l’allarme su una eventuale economia di guerra. Nonostante i rumor che parlano di qualche apertura nei negoziati tra Mosca e Kiev, per Draghi “non ci sono sviluppi a breve termine, perché da parte di Putin non c’è volontà di pace ma volontà di guerra”. Però “la pace va cercata a ogni costo e bisogna essere credibili: Usa e Cina lo sono, se c’è un sentiero che lascia sperare bene è quello”. Per aiutare l’Ucraina, ha assicurato, l’Italia sta facendo il massimo, compreso l’invio di armi, che non è assolutamente contrario allo spirito della Costituzione: “Gli italiani, come gli altri Paesi di questa alleanza, aiutano l’Ucraina a difendere se stessa, la propria società, la propria democrazia. E nello stesso tempo, mentre facciamo questo, difendiamo i nostri valori: sono i valori su cui è costruita la Repubblica italiana, quelli che stiamo difendendo”.

Non si può però andare oltre, ad esempio con l’imposizione di una “No fly zone” come chiesto più volte dal presidente Zelensky. “Finora – spiega – questo non è possibile perché significherebbe entrare in guerra. E’ un punto su cui all’interno della Nato c’è, credo, unanimità o quasi, a cominciare dagli Stati Uniti. Ci sono Paesi che vorrebbero un intervento magari più forte, più deciso. Però la maggior parte dei Paesi è su questo fronte”. Giovedì prossimo a Bruxelles è in programma il vertice dell’Alleanza atlantica per fare il punto della situazione. Lì Draghi vedrà anche Joe Biden, in attesa di un viaggio, “entro 2-3 mesi”, a Washington, per rinsaldare un’alleanza che di recente ha mostrato qualche segnale di raffreddamento. Intanto però ci sono da affrontare le conseguenze della guerra e delle sanzioni sull’economia. Per il presidente del Consiglio non c’è in vista una “recessione” anche se è evidente un “rallentamento” della crescita, con “vari rischi” per il futuro. Anche per questo il governo ha deciso di anticipare il Def, che sarà approvato entro fine mese e consentirà di avere un quadro della situazione e di mettere in campo un programma di intervento. Comunque il messaggio che il premier manda agli italiani preoccupati è che “non è ancora il caso” di lanciare un allarme su eventuali razionamenti o economia di guerra.

“Noi dobbiamo prepararci a questa evenienza ma non è ancora il momento. Le mancanze di materie prime alimentari vanno affrontate esattamente come stiamo facendo sulle deficienze nell’approvvigionamento di gas: la diversificazione più rapida possibile, intervento sui prezzi, cercare di aiutare famiglie e imprese. Poi, se le cose dovessero continuare a peggiorare dovremo iniziare a entrare in una logica di razionamento”. Oggi pomeriggio, dopo l’incontro a Villa Madama con i primi ministri di Spagna, Portogallo e Grecia, Draghi tornerà a riunire il Consiglio dei ministri, per varare un decreto per limitare gli aumenti dei costi dell’energia, del gas e dei carburanti. “Il governo – garantisce – è pronto, a disposizione, sta lavorando per aiutare imprese e famiglie in questo momento difficile” con provvedimenti “adeguati e sufficienti”, anche se “non è previsto uno scostamento di bilancio”. Sarà comunque un primo intervento, in attesa di conoscere il quadro europeo: giovedì e venerdì della prossima settimana Draghi sarà al Consiglio Ue e l’incontro di domani mattina serve proprio a creare un asse dei Paesi del Mediterraneo per superare le resistenze dei “frugali” ad affrontare le difficoltà economiche a livello europeo. L’obiettivo è arrivare, in sede comunitaria, a un “tetto del prezzo del gas” e ad una separazione del prezzo dell’energia tra quella prodotta con il gas e quella generata da fonti rinnovabili. E’ questa per il governo la partita fondamentale (e difficile) per affrontare il problema dei costi senza essere costretti a ricorrere, ancora una volta, al debito.

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