Giovanni Franzoni e Dominik Paris
La spedizione italiana a Milano Cortina 2026 comincia nel modo migliore. Sulla Stelvio di Bormio, teatro della discesa libera maschile che inaugura il programma dello sci alpino, l’Italia conquista due medaglie nella stessa gara: argento per Giovanni Franzoni, bronzo per Dominik Paris. A vincere è lo svizzero Franjo Von Allmen, autore di una manche implacabile, ma dietro di lui si materializza il sogno azzurro. Il bresciano chiude in 1’51″97, unico oltre al nuovo campione olimpico a scendere sotto la barriera dell’1’52”. L’altoatesino ferma il cronometro poco più indietro, precedendo il favorito Marco Odermatt. Due generazioni, due percorsi opposti, un solo podio: quello che l’Italia attendeva da tempo immemorabile.
Franzoni, classe 1999, arriva a questa Olimpiade dopo una stagione straordinaria. La vittoria sulla mitica Streif di Kitzbuehel, a gennaio, lo ha consacrato tra i grandi della specialità. Eppure, fino a pochi mesi fa, il podio olimpico sembrava un traguardo lontano. “A inizio stagione non avrei mai immaginato di vincere a Kitzbuehel e di fare podio alle Olimpiadi”, confessa ai microfoni della Rai subito dopo la gara. La tensione lo ha accompagnato solo nelle ore precedenti la partenza. “È stata strana questa gara, perché non ho avuto tanta tensione in questi giorni, poi man mano che si avvicinava sentivo le gambe dure”. Una rigidità mentale più che fisica, dissolta nel momento in cui ha puntato gli sci verso il basso.
La prova di Franzoni non è stata perfetta. Lo ammette lui stesso, con l’onestà di chi sa riconoscere i propri limiti. “Monnet e Odermatt hanno sciato benissimo, poi c’è stata la manche devastante di Von Allmen e mi sono detto che per battere questi ce ne voleva”. La pista, splendida nelle condizioni, ha premiato chi ha osato. La Carcentina, passaggio chiave del tracciato, non gli ha reso quanto sperava. “Non l’ho fatta benissimo e secondo me l’ho lasciata lì”, dice. Eppure quel tempo, 1’51″97, è bastato per salire sul secondo gradino del podio. E per abbracciare Dominik Paris, che ha chiuso terzo con un distacco minimo. “Paris in Val Gardena mi aveva detto che non voleva più aspettarmi per fare i podi, oggi è bellissimo”, racconta sorridendo. La battuta di qualche settimana fa si è trasformata in realtà. I due si sono ritrovati insieme sul podio olimpico, uniti da una maglia azzurra che pesa come non mai.
Paris, trentasei anni compiuti, arriva a questa medaglia dopo una carriera costellata di successi in Coppa del Mondo, ma priva di allori olimpici. Due argenti mondiali, ventuno vittorie nel circuito maggiore, eppure mai un metallo a cinque cerchi. Cortina glielo consegna, nel momento in cui sembrava ormai troppo tardi. “È stato bellissimo sciare, avevo una fiducia addosso, potevo fare quello che volevo”, spiega con la serenità di chi ha imparato a gestire le aspettative. Anche lui ammette qualche imperfezione. “Forse sul San Pietro e nella parte bassa non è ottimale come l’ho azzeccata, ma adesso secondo me va bene”. Va più che bene. Chiudere davanti a Odermatt, campione olimpico uscente e dominatore della Coppa del Mondo, ha un valore simbolico enorme. E condividere il podio con Franzoni aggiunge un ulteriore strato di significato.
Il veterano guarda al futuro della squadra con ottimismo. “Si vede che Franzoni è in gran forma ormai, ha fatto vedere oggi che resiste anche quando c’è pressione, e questo fa piacere, vuol dire che abbiamo un altro giovane che si metterà in lizza per ogni gara per un po’, così l’Italia sarà sempre presente”. Le parole di Paris fotografano un passaggio di consegne che non è rottura, ma continuità. La scuola italiana della velocità non conosce pause. Dopo Isolde Kostner, Kristian Ghedina, Peter Fill, è toccato a Paris tenere alta la bandiera. Ora tocca a Franzoni, e forse ad altri ancora. La medaglia di oggi certifica che il ricambio è in atto, ma che l’esperienza resta fondamentale. I Giochi di casa premiano chi ha saputo aspettare e chi ha saputo osare.
Luciano Buonfiglio, presidente del Coni, segue la gara con un’ansia tale da impedirgli persino di guardarla. “La tensione era tale che non sono nemmeno riuscito a vedere la gara: ho alzato la testa solo dopo il traguardo, quando ho sentito l’urlo”, confessa. La gioia è incontenibile. “È una grandissima emozione iniziare con due medaglie e abbracciare Giovanni e Dominik. Questo è il premio per il loro impegno”. Un tributo che si estende anche a chi, dietro le quinte, ha costruito questa generazione di campioni. “I miei complimenti vanno al presidente della Federazione Flavio Roda”, sottolinea Buonfiglio. Roda, al timone della Fisi da anni, ha saputo coniugare tradizione e innovazione, costruendo un sistema che oggi regala frutti maturi. La doppietta di Bormio non è un caso: è il risultato di un progetto, di investimenti, di competenza.