È morto Corrado Carnevale, il giudice “ammazzasentenze” che segnò un’epoca

Corrado Carnevale

Corrado Carnevale

Si è spento oggi pomeriggio a Roma, a 95 anni, Corrado Carnevale, ex giudice e già presidente di sezione della Corte di Cassazione. Nato a Licata il 9 maggio 1930, ha attraversato oltre mezzo secolo di storia giudiziaria italiana, lasciando un’impronta profonda e divisiva. Protagonista di sentenze che fecero discutere, coinvolto in processi clamorosi e poi assolto, Carnevale resta una delle figure più controverse della magistratura del dopoguerra. I funerali si terranno venerdì nella Capitale.

Carnevale ha incarnato come pochi altri magistrati il rapporto difficile tra diritto, politica e opinione pubblica. La sua carriera è stata segnata da un’ascesa rapidissima e da una lunga stagione di polemiche, culminate negli anni più duri della lotta dello Stato contro mafia e terrorismo. Un nome che, nel bene e nel male, ha attraversato le cronache giudiziarie per decenni, diventando un simbolo.

La carriera e l’ascesa in cassazione

Entrato in magistratura in giovane età, Corrado Carnevale raggiunse l’apice della carriera il 1º dicembre 1985, quando a soli 55 anni fu nominato presidente di sezione della Corte di Cassazione, il più giovane di sempre. Un traguardo che lo collocò immediatamente al centro del sistema giudiziario italiano, in un momento storico segnato dai grandi processi di mafia e terrorismo.

Dal 1985 al 1993, alla guida della prima sezione penale, firmò o presiedette l’annullamento di centinaia di sentenze d’appello, circa cinquecento secondo le ricostruzioni più accreditate. Provvedimenti che riguardavano spesso reati gravissimi: associazione mafiosa, terrorismo, criminalità organizzata. Le decisioni si fondavano su vizi di forma, errori procedurali, carenze di motivazione. Formalmente ineccepibili, ma politicamente e mediaticamente esplosive.

Fu in quegli anni che gli venne affibbiato il soprannome destinato a seguirlo per tutta la vita: “ammazzasentenze”. Un’etichetta che sintetizzava, in modo brutale, l’effetto delle sue pronunce e che finì per sovrapporsi alla sua stessa identità pubblica.

Le polemiche e il peso mediatico

La fama di Carnevale esplose definitivamente dopo alcuni annullamenti clamorosi. L’episodio simbolo resta quello dell’11 febbraio 1991, quando 43 imputati, tra cui numerosi boss mafiosi, tornarono in libertà per la scadenza dei termini di custodia cautelare. Un colpo durissimo per l’opinione pubblica, che in quegli anni chiedeva allo Stato una risposta ferma e credibile contro Cosa nostra.

Le reazioni furono immediate. Interpellanze parlamentari, ispezioni ministeriali, monitoraggi sul lavoro della Cassazione. La pressione politica e mediatica divenne fortissima. I governi dell’epoca, con ministri della Giustizia come Mino Martinazzoli e Claudio Martelli, disposero verifiche approfondite sull’operato del magistrato. Ma nessuna di queste ispezioni riscontrò irregolarità formali nelle sue decisioni.

Carnevale, dal canto suo, ha sempre rivendicato la correttezza giuridica del proprio lavoro, sostenendo che il compito del giudice di legittimità non fosse quello di “fare giustizia sostanziale”, ma di garantire il rispetto rigoroso delle regole processuali. Una posizione giuridicamente solida, ma che lo isolò progressivamente nel clima di emergenza di quegli anni.

Processi, sospensione e assoluzione finale

Nel 1993 la carriera di Carnevale subì una brusca interruzione. Coinvolto nel processo ad Andreotti a seguito delle dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo, fu sospeso dal servizio. L’accusa era pesantissima: concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2001 arrivò una condanna in appello, che sembrò chiudere definitivamente la sua parabola pubblica.

Ma l’anno successivo la Cassazione ribaltò il verdetto: assoluzione piena, con la formula “perché il fatto non sussiste”. Una decisione definitiva che ristabilì la sua innocenza sul piano penale, ma che non cancellò l’ombra lunga delle polemiche.

Nel 2007 Carnevale tornò in servizio, assegnato a una sezione civile della Cassazione. Un rientro silenzioso, lontano dai riflettori. Nel 2013 il pensionamento, chiudendo formalmente una carriera durata oltre quarant’anni.

Un’eredità ancora divisiva

La morte di Corrado Carnevale riapre oggi una riflessione irrisolta sulla giustizia italiana degli anni Ottanta e Novanta. Per alcuni fu un garante inflessibile delle regole del processo; per altri un simbolo di una giustizia incapace di reggere l’urto della sfida mafiosa.

Resta il dato storico: poche figure hanno incarnato come lui le contraddizioni di un sistema giudiziario stretto tra legalità formale e domanda di giustizia sostanziale. Un magistrato che ha segnato un’epoca e che, nel bene e nel male, continua a dividere anche dopo la sua scomparsa.