Elezioni nel Lazio, il gioco delle tre carte

C’è un governatore in carica che non sa se ricandidarsi alle prossime Regionali. C’è un candidato di centrodestra che potrebbe finire nel centrosinistra. E c’è un altro candidato (5 Stelle) scongelato dal suo partito per tentare la scalata al palazzone di via Cristoforo Colombo dove, sede della Regione Lazio, non a caso, hanno girato una delle avventure del ragionier Fantozzi. Benvenuti nel Lazio, dove lo scenario politico in vista delle prossime elezioni regionali è piuttosto caotico e risente di una coincidenza che sembra destinata a realizzarsi: le consultazioni regionali si svolgeranno lo stesso giorno (o comunque lo stesso periodo) di quelle politiche. E allora tutto si mischia e anche quello che sembrerebbe imprevedibile diventa realistico. Andiamo con ordine. Il presidente Nicola Zingaretti (Pd) ha annunciato che si ricandiderà. Ma nessuno ci crede. È significativo che quando l’ha comunicato gli unici politici che non abbiano espresso giubilo (anche ipocrita) siano stati Matteo Renzi e Matteo Orfini, non proprio due passanti. Ma, rispettivamente, segretario e presidente del Pd. Con i quali i rapporti sono ormai compromessi, anche perché Zingaretti ha scelto di andare in piazza Santi Apostoli ad applaudire Pisapia, Bersani e D’Alema. Ha preso parte al rito del rancore contro Renzi. Il segretario, ovviamente, non ha gradito.

Se a questo si aggiunge che lo stesso governatore non vorrebbe imbarcarsi in una campagna elettorale dall’esito quanto mai incerto, allora diventa credibile l’exit strategy: una candidatura al Senato (dove la legge elettorale prevede l’assegnazione dei seggi su base regionale) in quota Orlando (che guida la minoranza del Pd). Ma guardando gli altri schieramenti la confusione non diminuisce. Anzi. A Forza Italia piacerebbe candidare alla presidenza del Lazio Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice. Tuttavia proprio Fratelli d’Italia, che sarebbe il suo partito, non è convinto della scelta. Anche perché starebbe lavorando alla discesa in campo di Giorgia Meloni (reduce da un ottimo risultato a Roma) o di Fabio Rampelli, capogruppo alla Camera. Nella strettoia creata da questa indecisione si sarebbe infilato il diabolico Matteo Renzi che avrebbe proposto a Pirozzi una collaborazione, diciamo, post-ideologica. Infine ci sono i 5 Stelle. L’idea è che possa partecipare alle Regionarie, le primarie pentastellate, Roberta Lombardi, che avrebbe ottime possibilità di vincerle. È stata il primo capogruppo del MoVimento alla Camera e può contare sul consenso di gran parte degli attivisti romani. Peccato che abbia un rapporto difficile (tanto per usare un eufemismo) con il sindaco di Roma. Proprio per questo per alcuni mesi è stata messa all’angolo dai vertici del “non partito” che hanno stigmatizzato i suoi continui attacchi a Virginia Raggi. Due giorni fa s’è voltata pagina, con tanto di selfie “riparatore” tra Beppe e Roberta. Alla Raggi saranno spuntate le bolle. Ma in questa pazza politica, per la Lombardi tifa di certo Zingaretti. Una candidatura forte del M5S, infatti, avrebbe l’effetto di evitare un esodo di voti pentastellati verso il centrodestra e con un sistema elettorale a turno unico come quello regionale (chi prende più voti vince) avvantaggerebbe il centrosinistra. La situazione è grave ma non seria, direbbe Flaiano. E poi in politica nove mesi sono un’era geologica. Può succedere ancora di tutto. E pure il suo contrario.

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