Migranti, “Eravamo centodieci”: il Mediterraneo di Pasqua restituisce solo trentadue sopravvissuti e due cadaveri

Il naufragio avviene in zona Sar libica nel pomeriggio del 4 aprile: pakistani, bengalesi ed egiziani salpati da Tajoura affondano dopo quindici ore di navigazione, mentre l’aereo di Frontex sorvolava l’area senza che scattasse alcun intervento immediato.

Migranti, “Eravamo centodieci”: il Mediterraneo di Pasqua restituisce solo trentadue sopravvissuti e due cadaveri

Trentadue sopravvissuti. Almeno ottanta dispersi, quasi certamente annegati. Due corpi recuperati. Il naufragio del 4 aprile nel Mediterraneo centrale è già tra le tragedie più gravi dell’anno, e torna ad alimentare lo scontro tra chi chiede un sistema europeo strutturato di soccorso e chi difende gli accordi con la Libia. Le operazioni di ricerca, coordinate dalla Guardia Costiera libica, sono ancora in corso ma le speranze si assottigliano con il passare delle ore.

Il barcone — un natante in legno lungo tra i dodici e i quindici metri, inadeguato per qualsiasi traversata — ha retto per circa quindici ore di navigazione prima di imbarcare acqua e rovesciarsi. Il mare mosso ha fatto il resto. Erano a settanta miglia dalla costa libica, in zona Sar (Search and Rescue) di competenza di Tripoli, l’area in cui la Convenzione di Amburgo del 1979 attribuisce alla Libia la responsabilità di coordinare i soccorsi — un mandato che le organizzazioni umanitarie contestano da anni, denunciando l’inefficacia e la brutalità dei meccanismi di intercettazione libici.

Frontex sorvolava, il soccorso tardava

Il nodo più lacerante della vicenda riguarda i tempi dell’intervento. Alle 21.23 di sabato sera, l’organizzazione Sea-Watch pubblicava sul proprio profilo X una fotografia aerea dell’area del naufragio, scattata dall’aereo civile Sea-Bird, con una denuncia esplicita: “L’aereo di Frontex Eagle 3 sta monitorando la situazione proprio in questo momento. Eppure non si interviene!”. Un’accusa diretta all’agenzia europea per il controllo delle frontiere, che disponeva di visibilità sull’area ma non aveva attivato un soccorso immediato. Le foto aeree, rilasciate successivamente, attestano il momento dell’allarme e documentano il naufragio dall’alto.

Il soccorso è stato infine garantito da due navi mercantili — una italiana, la Ievoli Grey, e una statunitense, la Saavedra Tide — che hanno recuperato i superstiti prima che intervenisse la motovedetta Cp327 della Guardia Costiera italiana. I trentadue sopravvissuti — tra cui un minore non accompagnato — sono stati condotti a Lampedusa in stato di forte choc. Sottoposti a controlli medici e rifocillati, sono stati lasciati riposare nell’hotspot dell’isola in attesa di essere ascoltati nelle ore successive.

Le Ong: non una fatalità, ma una scelta politica

Il bilancio del giorno di Pasqua non si chiude con questo solo naufragio. Il giorno precedente, 44 persone erano state sbarcate a Lampedusa dalla nave Aurora di Sea-Watch, recuperate a bordo della piattaforma abbandonata Didon tra Libia e Tunisia. Alla nave era stato assegnato come porto di sbarco Porto Empedocle, ma l’ong aveva giudicato la distanza incompatibile con le condizioni dei naufraghi.

Mediterranea Saving Humans non usa mezze parole: “Ennesimo naufragio, non una tragica fatalità, ma conseguenza delle politiche dei governi europei, che rifiutano di aprire canali d’ingresso legali e sicuri”. Save the Children, con un team operativo a Lampedusa, fornisce la cornice statistica che trasforma ogni singola tragedia in dati sistemici: dal 2014, quasi 34.500 persone sono morte o disperse nel Mediterraneo. Solo nel 2026, oltre 800 vittime. Tra loro, in media, più di cento bambini all’anno negli ultimi tre anni.

La voce della Chiesa, il silenzio della politica

“Nel giorno di Pasqua ci troviamo a piangere nuove vite spezzate”. Monsignor Carlo Perego, presidente della Commissione Cei sull’immigrazione e della fondazione Migrantes, parla all’Adnkronos con tono che non lascia spazio all’ambiguità. La sua è un’accusa politica precisa, affidata a un’immagine biblica: “Sono gli Erode della comunicazione e della politica” coloro che si irritano perché si parla di morte e diritti negati in un giorno di festa.

Perego chiede la cessazione degli accordi con la Libia — “dove gli stessi che fermano le persone in fuga sono gli stessi che lucrano mettendoli in mare” — e cita il caso Almasri come prova dell’incapacità italiana ed europea di tutelare gli interessi dei migranti. Chiede una missione europea nel Mediterraneo. Non è una posizione nuova. Ma il contesto in cui viene ripetuta — ottanta morti in un giorno di Pasqua, con un aereo di Frontex che sorvola senza intervenire — le conferisce un peso specifico che la politica continentale fatica ad assorbire.