Eurovision, la scelta di Israele sfida il boicottaggio: a Vienna va Noam Bettan
Noam Bettan
Il cantante ventisettenne Noam Bettan ha vinto la finale di “Hakochav Haba”, conquistando il diritto di rappresentare Israele al prossimo Eurovision Song Contest di Vienna. La sua nomina arriva al termine di una selezione segnata dalle pesanti pressioni internazionali che chiedevano l’esclusione del Paese dalla competizione. Bettan, nato a Ra’anana da genitori francesi, porterà la sua voce sul palco europeo in un clima di altissima tensione diplomatica.
La vittoria di Bettan non è solo un traguardo artistico, ma un segnale politico preciso inviato da Tel Aviv. Il giovane talento, cresciuto in una famiglia di immigrati, incarna quel mix culturale che Israele intende esportare per rispondere alle critiche. Tuttavia, il percorso verso Vienna resta in salita. Fin dal mese di novembre, quando il format “Rising Star” ha preso il via, l’incertezza sulla partecipazione israeliana ha dominato il dibattito pubblico, alimentata da una mobilitazione senza precedenti di artisti e addetti ai lavori europei decisi a isolare la delegazione dello Stato ebraico.
Il palco di Vienna tra musica e contestazioni internazionali
Le proteste hanno investito l’Unione Europea di Radiodiffusione, l’ente che organizza la manifestazione, con appelli provenienti soprattutto dai Paesi del Nord Europa. Molti musicisti hanno chiesto apertamente di applicare lo stesso metro di giudizio utilizzato per la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma per il governo israeliano e per la produzione del programma, la conferma della presenza a Vienna è un punto di principio. La musica, nelle intenzioni di Bettan, dovrebbe restare un ponte, anche se il contesto attuale rende questa missione estremamente complessa e divisiva.
Il cantante, dal canto suo, ha mantenuto un profilo basso durante tutta la competizione televisiva, concentrandosi sulla qualità delle sue esecuzioni. La sua storia personale, legata alla cittadina di Ra’anana, riflette la determinazione di una generazione che non vuole essere definita esclusivamente dal conflitto. Eppure, ogni nota che Noam Bettan intonerà a maggio sarà inevitabilmente pesata sulla bilancia della politica internazionale. Le autorità austriache stanno già predisponendo misure di sicurezza straordinarie per evitare che l’arena si trasformi in un teatro di scontri ideologici.
La diplomazia culturale di Tel Aviv contro il boicottaggio
Mentre il mondo della diplomazia si interroga sugli equilibri globali, come dimostrato dai recenti tavoli di Davos dove le priorità sembrano mutare rapidamente, il caso Eurovision diventa un microcosmo di una crisi più ampia. Se da un lato l’attenzione dei grandi della Terra si sposta su nuove emergenze climatiche o energetiche, dall’altro la cultura resta il terreno di scontro più immediato. Israele sa che la sua partecipazione a Vienna è un’occasione di visibilità che non può permettersi di perdere, nonostante le minacce di diserzione da parte di altri concorrenti.
La kermesse di maggio si annuncia dunque come una delle edizioni più complicate della storia recente. Non si tratterà solo di votare la canzone più orecchiabile, ma di gestire una presenza che divide l’opinione pubblica e le giurie nazionali. Noam Bettan ha davanti a sé mesi di preparazione intensa, non solo vocale ma anche psicologica. Dovrà gestire una pressione che va ben oltre i riflettori di uno studio televisivo, portando su di sé il peso di una nazione che, attraverso la melodia, cerca di rompere l’isolamento e ribadire la propria appartenenza allo scenario europeo.
