Cronaca

‘Cambridge Analytica’, Facebook sotto inchiesta. Coinvolta anche l’Italia

La vicenda e’ clamorosa e molto grave. Facebook e’ al centro di uno scandalo che vede l’utilizzo illecito dei dati di 50 milioni di utenti per scopi elettorali. I Paesi coinvolti sono gli Usa, Regno Unito fino all’Italia. Prima di analizzare il caso proviamo a spiegare l’intrigata la storia. Nel 2014 il professore di psicologia presso l’Universita’ di Cambridge, Aleksandr Kogan, attraverso una sua app thisideourdigitallife, presente su Facebook e convalidata dalla piattaforma con a capo Mark Zuckerberg, ha pagato a circa 270mila utenti piccole somme di denaro per rispondere a un quiz sulla personalita’ e per far scaricare un’applicazione, in grado di raccogliere alcune informazioni private dai loro profili e da quelli dei loro amici, l’attivita’ era consentita da Facebook allora. In questo modo Kogan ha rubato centinaia di gigabyte di file di dati mentendo agli utenti sulla vera finalita’ della raccolta e dell’utilizzo “raccogliamo informazioni per scopi accademici”. Aleksandr Kogan ha poi venduto questi preziosi dati alla Cambridge Analytica societa’ inglese di analisi di big data a scopi politici. Due giorni fa, sabato 17 marzo 2018, grazie alle inchieste pubblicate, contemporaneamente, sul “New York Time” e sul “Guardian” si e’ venuto a sapere la reale finalita’ dell’attivita’ messa in campo dalla societa’ inglese. A rivelarlo l’ex dipendente della Cambridge Analytica Christopher Wylie: “I dati sono stati utilizzati in violazione della privacy per influenzare i 50 milioni di utenti a votare nel 2016 per Donald Trump alle presidenziali Usa e a favore della Brexit nel referendum che si e’ svolto a giugno dello stesso anno”. La societa’ Cambridge Analytica e’ stata presieduta dall’ex consigliere di Trump (e coordinatore della sua campagna elettorale) Steve Bannon. Che c’entra Facebook? Quali sono le sue gravi colpe? Sono almeno quattro. Non ha fatto nulla per verificare l’attendibilita’ dell’applicazione scaricata dagli utenti vittime del tranello messo in atto da Aleksandr Kogan. Non ha poi controllato il modo in cui le informazioni sono state realmente utilizzate ne’ appurato se sono state cancellate dopo un tempo determinato. L’ex dipendente della societa’ Christopher Wylie ha rivelato di recente ha visto centinaia di gigabyte di file di dati non criptati sui server della Cambridge Analytica.

Facebook ha dichiarato solo tre giorni fa, con imperdonabile ritardo, la conoscenza della grave violazione: “nel 2015 abbiamo appreso che Aleksandr Kogan ci ha mentito e ha violato le nostre politiche della piattaforma passando i dati da un’app che utilizzava il Login di Facebook a Cambridge Analytica, un’azienda che fa politica, governo e lavoro militare in tutto il mondo. Ha anche trasmesso tali dati a Christopher Wylie di Eunoia Technologies”. Facebook ha svolto il ruolo di cavallo di Troia. Si e’ fatta sfruttare, consapevolmente o inconsapevolmente, da una societa’ di analisi di dati a scopi politici dimostrando tutta la sua incapacita’ a proteggere i dati dei suoi utenti. Se si e’ dimostrata vulnerabili al piu’ semplice espediente di ‘data breach’ come puo’ garantire la sicurezza e la privacy dei suoi 2 miliardi di iscritti? In questa grave vicenda Facebook sembra cadere dal pero o almeno questa e’ l’immagine che sta dando a livello globale. Il responsabile della sicurezza del social network, Alex Stamos, ha scritto i seguenti tweet per poi cancellarli: “Le recenti inchieste su Cambridge Analytica del NY Times e del Guardian sono importanti e potenti, ma non e’ corretto parlare di ‘data breach’. Il ricercatore in questione e’ venuto in possesso dei dati di diverse centinaia di migliaia di persone su Facebook attraverso il quiz sulla personalita’ somministrato nel 2014. Ha mentito a quegli utenti e ha mentito anche a Facebook sulla finalita’ della raccolta e uso dei dati. Tuttavia Alexandr Kogan non ha violato alcun sistema… per cui non si puo’ parlare di retroattivamente di una ‘violazione’…”. Dunque secondo il responsabile della sicurezza di Facebook la piattaforma e’ sicura, “ha retto bene”, per sintetizzare, e non e’ stata vittima di una data breach. Qui c’e’ anche la versione ufficiale della societa’: “L’affermazione che si tratta di una violazione dei dati e’ completamente falsa. Aleksandr Kogan ha richiesto e ottenuto l’accesso alle informazioni dagli utenti che hanno scelto di iscriversi alla sua app e tutti i soggetti coinvolti hanno dato il loro consenso. Le persone hanno fornito consapevolmente le loro informazioni, nessun sistema e’ stato infiltrato e nessuna password o informazione sensibile e’ stata rubata o hackerata”. A dirlo con certezza potra’ dirlo solo chi ha deciso di mettere sotto inchiesta Facebook per questa storia. Maura Healey, il procuratore generale del Massachusetts, sabato scorso, subito dopo l’uscita delle inchieste, ha annunciato l’apertura dell’indagine con queste parole: “i residenti del Massachusetts hanno diritto di avere risposte immediate da Facebook e da Cambridge Analytica”.

Ma anche Washington e Londra hanno puntato l’indice contro Mark Zuckerger. Infatti la senatrice democratica del Minnesota Amy Klobuchar ha chiesto che Zuckerberg venga ascoltato dalla Commissione Giustizia del Senato per spiegare da quando la societa’ sapeva degli abusi che Cambridge Analytica avrebbe commesso mentre era il motore della vittoriosa campagna elettorale di Donald Trump nel 2016 (venerdi’ Facebook sospeso dalla piattaforma gli account della societa’ di analisi dati e dei due scienziati responsabili della raccolta dei dati). Ma anche nel Regno Unito vogliono ascoltare Zuckerberg visto il presunto coinvolgimento di Cambridge Analityca e di una societa’ canadese in qualche modo collegata nel referendum che ha portato alla Brexit. Il conservatore Damian Collins, presidente della Commissione digitale e media che sta conducendo una indagine parlamentare sulle presunte influenze sul voto del giugno 2016, ha dichiarato che scrivera’ al fondatore e Ceo di Facebook chiedendogli di presentarsi davanti alla commissione d’inchiesta. Sul sito web tra le pratiche di successo in Europa c’e’ anche l’Italia. “Nel 2012 CA ha portato a termine realizzato un progetto di ricerca per un partito italiano che stava rinascendo e che aveva avuto successo per l’ultima volta negli anni ’80″…I consigli suggeriti da Ca hanno permesso al partito di andare oltre le sue aspettative iniziali in un momento di turbolenza nella politica italiana”. Intanto, secondo quanto riporta il sito The Intercept, Facebook cancella la sezione dedicata alle storie politiche di successo, cioe’ quelle che grazie all’uso del social network sono riuscite ad emergere ed ottenere risultati elettorali.  Anche l’Europa vuole vederci chiaro. “Le accuse sul cattivo uso di dati degli utenti di Facebook sono inaccettabili violazioni del diritto alla privatezza dei nostri cittadini. Il Parlamento europeo indagherà appieno, chiamando a risponderne le piattaforme digitali”. Lo ha scritto su Twitter il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. (con fonte Nova)

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