Forza Italia, Tajani assediato: la sfida per la leadership dopo il referendum
Antonio Tajani
La sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere ha aperto una stagione di riflessione — o di mancata riflessione — all’interno di Forza Italia. E il doppio vertice in via in Lucina nell’arco di 24 ore fotografa con precisione la distanza tra la gravità del momento e la risposta politica di Antonio Tajani.
Il contesto: una ferita che brucia
Il No ha vinto con oltre il 54% dei voti, lasciando il Sì — e dunque il progetto che fu la bandiera di Silvio Berlusconi — al 45,66%. Il colpo è stato doppiamente amaro per gli azzurri, che di quella riforma erano stati i campioni più convinti e, al tempo stesso, i più esposti. Marina Berlusconi e Piersilvio, che si erano spesi in prima persona nella campagna con interviste e sortite mediatiche, sono stati descritti da chi ha avuto modo di parlar loro come profondamente delusi dal risultato. Un dolore familiare che, inevitabilmente, interroga la direzione del partito.
Tajani e la risposta sbagliata: i congressi come scudo
Di fronte alla débâcle, Tajani ha scelto la via dell’autoconservazione organizzativa: annuncio dell’avvio dei congressi regionali in primavera e congresso nazionale a Milano entro un anno. Una sequenza di appuntamenti interni che — nelle intenzioni del segretario — dovrebbe culminare nella sua riconferma alla guida del partito. Il messaggio, scritto in una nota ufficiale dopo il primo vertice, è stato recepito nei corridoi di Montecitorio come un atto di chiusura politica: si va avanti come se nulla fosse.
È esattamente questo il punto che ha suscitato i “diversi malumori” emersi dopo la prima riunione. Tra i dirigenti forzisti c’è chi ha fatto notare apertamente la contraddizione con il ben più deciso attivismo della premier. Giorgia Meloni ha reagito alla sconfitta con un “repulisti” immediato: prima le dimissioni di Andrea Delmastro e di Giusi Bartolozzi, poi la pressione su Daniela Santanchè, con Palazzo Chigi che ha gelato la ministra chiedendole di lasciare “per sensibilità istituzionale”. Una leadership che si prende la responsabilità della sconfitta e ne trae conseguenze personali. L’opposto del “si fa congressi e si va avanti” di via in Lucina.
La critica interna: il berlusconismo tradito
La tensione più interessante che emerge dalle fonti parlamentari è di natura identitaria. L’accusa mossa a Tajani da una parte del partito è quella di star trasformando Forza Italia in qualcosa che Berlusconi non avrebbe mai voluto: un “partito di tesserati”, strutturato per correnti e padroni di tessere, sul modello delle vecchie macchine democristiane e socialiste. Il Cavaliere, si ricorda, aveva rifondato il partito leggero proprio in reazione a quella cultura di apparato.
Applicare il modello congressuale in un momento di crisi, invece che aprire una fase costituente e di ascolto, rischia di concentrare l’agenda nei prossimi due mesi su lotte interne “laceranti”, come le definisce chi spinge per il rinnovamento — lo stesso rinnovamento che Marina Berlusconi ha invocato a più riprese senza che Tajani abbia mai risposto con fatti concreti.
Le domande senza risposta: il Sud e le grandi città
Restano sul tavolo due questioni analitiche che il secondo vertice di giornata non ha ancora risolto. La prima riguarda il crollo nelle grandi città: Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha ammesso che il partito “non è riuscito a far passare la propria idea di giustizia” e ha indicato nella gestione della campagna elettorale uno dei punti su cui fare riflessione. Ma la riflessione, finora, è rimasta sullo sfondo.
La seconda — forse più imbarazzante — riguarda il Sud. Come mai in Basilicata, Calabria e Sicilia, tre regioni guidate da governatori di Forza Italia, il Sì ha perso male? Un dato che interroga la capacità di radicamento territoriale del partito proprio nelle sue presunte roccaforti, e che nessuna formula congressuale può spiegare né risolvere.
La segreteria nazionale e il rebus Santanchè
Domani è convocata la segreteria nazionale. L’appuntamento arriva in un quadro in cui la gestione dell’onda d’urto post-referendum si intreccia con il caso Santanchè — la ministra del Turismo a cui Meloni ha di fatto chiesto le dimissioni, ma che nelle ultime ore ha opposto resistenza. Un braccio di ferro che si consuma in parte dentro gli equilibri del centrodestra, in parte dentro quelli di Forza Italia stessa, dove la vicenda è seguita con attenzione e qualche imbarazzo.
Tajani si trova a navigare un momento in cui l’inerzia gli conviene a breve termine — i congressi lo riconfermerebbero — ma rischia di costargli il futuro politico a medio termine. Perché una Forza Italia che guarda al proprio ombelico mentre Meloni ridisegna l’agenda del governo rischia di perdere l’unica cosa che le resta dopo la morte del Cavaliere: la capacità di contare davvero.
