Gattuso lancia l’Italia: “Meno belli ma più concreti, ci giochiamo tutto contro la Bosnia”
Il commissario tecnico azzurro alla vigilia dello spareggio decisivo per il Mondiale: squadra migliorata, responsabilità personale e nessun alibi sul campo pesante
Rino Gattuso
L’Italia si prepara alla notte più importante degli ultimi anni. Contro la Bosnia, Gattuso chiede cattiveria e concretezza: il passato da sfiorito spettacolo è archiviato, ora conta il risultato.
La parola “responsabilità” torna tre volte nelle dichiarazioni di Gennaro Gattuso nella conferenza stampa della vigilia. Non è un caso. Il commissario tecnico azzurro sa che contro la Bosnia non esistono margini, non esistono appelli, non esistono seconde possibilità. Esiste solo questa partita, e il peso di due Mondiali consecutivi già mancati che grava su ogni parola che pronuncia.
“Ci giochiamo tanto”, dice Gattuso, senza eufemismi. E aggiunge: “La responsabilità è grande e la sento.” Una frase che suona insieme come confessione e come assunzione di comando. Rino ha scelto di metterci la faccia dall’inizio, non di scaricare la pressione sui giocatori o di nascondersi dietro le circostanze.
Conosco quel calcio, non sottovalutiamo nessuno
La Bosnia non è un avversario qualunque, e Gattuso lo sa meglio di chiunque altro in panchina. “Sono stato un anno all’Hajduk”, ricorda il ct, rivendicando una conoscenza diretta di quel calcio balcanico che troppo spesso viene sottostimato dall’approccio italico alla tattica. “Hanno un mix di giocatori forti fisicamente e tecnicamente, non hanno paura, sono sfacciati e sanno giocare. È una squadra vera.”
La definizione — “squadra vera” — è rivelatrice. Gattuso non sta preparando i suoi a un ostacolo da superare grazie alla superiorità tecnica. Li sta preparando a una battaglia, nella consapevolezza che la Bosnia verrà a Sarajevo o dove si giocherà la partita con l’unico obiettivo di vincere, senza alcun complesso reverenziale verso la maglia azzurra.
Su Edin Džeko, che i tifosi bosniaci chiamano “Deko”, Gattuso si esprime con rispetto autentico: “Siamo amici da anni. Quando ci parli percepisci subito il suo spessore umano.” Parole che non suonano come diplomatica prudenza, ma come stima sincera tra professionisti che si conoscono da dentro il calcio.
Barbarez, Dimarco e il prezzo delle stupidate
Più complessa la gestione del caso Barbarez-Dimarco, la micro-polemica nata dall’esultanza del terzino azzurro dopo il gol con l’Irlanda del Nord, che il tecnico bosniaco Sergej Barbarez aveva commentato in modo piccato. Gattuso non minimizza, ma non drammatizza: “Siamo stati stupidi noi a farci male da soli, ma queste sono stupidate.” Ammissione di colpa netta — “stupidi noi” — senza però concedere spazio alla distrazione. La polemica viene sepolta, il focus torna dove deve stare.
Di Barbarez, Gattuso traccia un ritratto rispettoso e quasi affettuoso: “È un grande giocatore di poker e lo apprezzo molto. So che è un allenatore preparato, che entra nell’anima dei giocatori.” La battuta sul poker non è una frecciata: nel gergo di Gattuso, chi sa “entrare nell’anima” dei giocatori è un tecnico vero. Un avviso, più che un complimento.
Sul campo pesante che potrebbe condizionare il gioco: “Se è brutto per noi lo è anche per loro. Cercare scuse è da deboli.” Gattuso taglia corto, come sempre.
Donnarumma: “Solo noi sappiamo cosa abbiamo passato”
Accanto al commissario tecnico, Gianluigi Donnarumma porta il peso specifico di chi quella mancanza l’ha vissuta sulla propria pelle, da protagonista assoluto. “Sono orgoglioso del mio percorso in Nazionale, fatto di gioie e dolori”, dice il portiere azzurro. “Abbiamo mancato due Mondiali e solo noi sappiamo cosa abbiamo passato.”
È la frase più densa dell’intera vigilia. “Solo noi sappiamo”: una comunità di dolore che unisce generazioni di giocatori, uno strato di esperienza collettiva che nessuna conferenza stampa può restituire appieno. Donnarumma lo sa, e lo usa come carburante, non come giustificazione.
Il portiere insiste sulla gestione delle emozioni — “siamo esseri umani, queste partite le sentiamo” — ma riporta tutto alla concretezza: bisogna conservare le energie, restare concentrati, non sprecare nulla in anticipo. E poi, con semplicità: “Dare il 100% è fondamentale, perché quando lo fai poi hai l’anima pulita.”
Meno belli, ma presenti
Il filo rosso che attraversa le dichiarazioni di Gattuso è la rinuncia consapevole all’estetica in favore della solidità. “Forse saremo meno belli, ma preferisco una squadra che stia bene in campo e soffra meno gli avversari.” Sette mesi fa, spiega il ct, la squadra subiva con facilità, le porte si aprivano troppo spesso. Ora non più, o almeno non altrettanto. Il prezzo è un gioco meno brillante, più prudente, meno generoso con gli occhi. Ma Gattuso non se ne scusa: “In passato abbiamo vinto anche senza essere i più forti, con cattiveria agonistica e spirito.”
È un richiamo esplicito al dna azzurro nelle sue versioni migliori — non la Nazionale del calcio totale, ma quella del carattere, della resistenza, della testa dura. Quella che nel 2006 alzò una Coppa del Mondo che nessuno si aspettava.
