Gino Paoli, l’ultimo dei grandi: se ne va la voce che sapeva portare il cielo in una stanza
Gino Paoli
Ci sono morti che chiudono un’epoca. Quella di Gino Paoli, 91 anni, è una di quelle. Non perché rappresentasse ancora l’attualità discografica — da decenni si era ritirato ai margini luminosi della scena — ma perché con lui se ne va l’ultimo testimone diretto di una stagione irripetibile della cultura italiana: quella in cui la canzone leggera decise di farsi letteratura. “Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari”, ha annunciato la famiglia Paoli in una nota in cui chiede la massima riservatezza.
Il contesto: una scuola, una città, un’idea
Per capire Paoli bisogna capire Genova. Non la Genova cartolina, ma quella grigia e marina, percorsa da vento e malinconia, affacciata su un orizzonte che promette sempre qualcosa che non arriva mai del tutto. È lì che, negli anni Cinquanta e Sessanta, si riunirono attorno a chitarre e bicchieri di vino uomini come Luigi Tenco, Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Umberto Bindi. La cosiddetta scuola genovese non era un movimento organizzato, non aveva manifesti né portavoce ufficiali. Era qualcosa di più potente: una convergenza di sensibilità, un rifiuto condiviso dell’intrattenimento vuoto, la scelta coraggiosa di parlare all’ascoltatore come a un adulto capace di sopportare la complessità.
In quel milieu, Paoli non era solo un componente. Era, per certi versi, il collante. Fu lui a instradare De André verso i suoi successi. Fu lui a intuire il talento di Lucio Dalla. Agiva nell’ombra, con la discrezione di chi sa di fare la cosa giusta senza bisogno di esserne celebrato.
Il lato privato: quattro figli, tre donne, una vita mai in ordine
La biografia sentimentale di Gino Paoli è specchio fedele del suo carattere: impossibile da arginare, refrattaria a qualsiasi schema borghese. Quattro figli da tre donne diverse, ciascuno con un destino a sé, tutti accomunati dal peso — e dal privilegio — di portare il nome di uno dei più grandi cantautori italiani.
Il primogenito è Giovanni, nato nel 1964 dalla prima moglie Anna Fabbri. Giornalista affermato, direttore di testate importanti, aveva scelto la discrezione come stile di vita, quasi a compensare la notorietà ingombrante del padre. È morto a 60 anni, e Paoli non ne ha mai fatto segreto: “Non l’ho mai superata”. La perdita di un figlio prima di sé — quella che i greci chiamavano la morte contro natura — è rimasta la ferita più profonda, più ancora della pallottola conficcata nel petto.
Dalla relazione con Stefania Sandrelli è nata Amanda, nel 1964: ha preso il cognome della madre, ha seguito la strada del teatro e del cinema, ed è diventata nel tempo una delle attrici più apprezzate della sua generazione. Il rapporto con il padre è stato, come quasi tutto nella vita di Paoli, non lineare — fatto di distanze e riavvicinamenti, di comprensione guadagnata col tempo.
Con la moglie Paola Penzo, che gli è rimasta accanto nella stagione più silenziosa della sua vita, ha avuto gli ultimi due figli: Nicolò e Tommaso, cresciuti lontano dai riflettori, in una dimensione familiare protetta e deliberatamente sottratta al clamore mediatico. Come se Paoli, con loro, avesse voluto finalmente separare l’uomo pubblico dal padre.
Vale la pena citare anche il “caso Francesco”: per anni circolò la voce di un quinto figlio. Paoli la smentì con la precisione di chi non ama le leggende non richieste. “Ho quattro figli, non so perché me ne attribuiscano un quinto”, disse a Repubblica. Un dettaglio minore, ma rivelatore: anche nella vita privata, Paoli non tollerava le narrazioni che non corrispondevano alla realtà.
Gli attori in campo: le donne che lo hanno fatto grande
Nella storia artistica di Paoli, due figure femminili non sono semplici comprimarie: sono catalizzatori. Mina, che nel 1960 incide Il cielo in una stanza e la consegna all’eternità. Fino a quel momento Paoli era noto agli addetti ai lavori; dopo quella canzone, diventa patrimonio collettivo. La tigre di Cremona capisce prima di tutti cosa c’è dentro quelle parole: non una canzone d’amore qualunque, ma una cosmogonia sentimentale, la capacità di trasformare una stanza in un universo.
Poi c’è Ornella Vanoni, incontrata nel 1961. Con lei il sodalizio supera la dimensione artistica e diventa leggenda vivente: una storia d’amore scomposta, libera, non risolvibile nelle categorie ordinarie, che diventa però il terreno fertile per capolavori come Senza fine, Che cosa c’è, La musica è finita. Il fatto che i due si siano spenti a pochi mesi di distanza — Paoli aveva mandato rose gialle al funerale di Ornella — ha qualcosa di cinematografico e straziante insieme, come se la realtà avesse voluto dare a questa storia il finale che meritava.
Le dinamiche di potere: l’anarchico che non si piegò mai
Paoli si definiva anarchico “da sempre”, per eredità del nonno analfabeta. E in effetti la sua carriera è leggibile come una resistenza permanente alle logiche dello star system. Partecipò a Sanremo, sì, ma senza mai diventarne prigioniero. Presiedette la SIAE dal 2013 al 2015, ma tornò presto all’ombra che preferiva. Provò persino la televisione generalista, i balletti in Rai — e poi si ritirò, come se avesse verificato qualcosa e non ne avesse bisogno.
La sua esistenza portava i segni di chi vive davvero, non di chi recita la vita per il pubblico: problemi con l’alcool, automobili distrutte a velocità folli, lutti devastanti — la morte del figlio Giovanni a 60 anni, che definì un dolore mai superato — e quel tentato suicidio del 1963, il colpo di pistola al cuore, il proiettile rimasto per sempre nel petto. Non un dettaglio biografico pittoresco, ma il centro di gravità attorno a cui ruota tutta la sua poetica: l’idea che si possa vivere con una ferita permanente, e che da quella ferita possa uscire ancora bellezza.
Cosa resta
La domanda che si pone ogni volta che muore un gigante del Novecento italiano è sempre la stessa: cosa sopravvive? Nel caso di Paoli, la risposta è netta. Sopravvivono le canzoni — e non nel senso retorico del “resteranno per sempre”, ma in quello concreto del fatto che Il cielo in una stanza viene cantata ancora oggi da adolescenti che non sanno chi fosse Gino Paoli, e che probabilmente non lo sapranno mai. È questa la misura del genio: quando il contenitore scompare ma il contenuto continua a circolare da solo, diventato aria.
Sopravvive anche un metodo. Quello della sottrazione: poche parole, essenziali, nessun ornamento inutile. In un’epoca di sovrabbondanza comunicativa, di musica compressa e consumata in trenta secondi su uno schermo, la lezione di Paoli suona quasi come una provocazione. Scriveva per dire il necessario e nient’altro. Una disciplina che pochi hanno saputo eguagliare.
Con la sua scomparsa, la musica italiana non perde solo un autore. Perde un testimone. L’ultimo che poteva raccontare dall’interno come si costruisce una canzone capace di durare un secolo. E questa, forse, è la perdita più difficile da quantificare. Perché, come nelle sue melodie, anche il silenzio che lascia sembra destinato a riempirsi ancora delle sue parole.
