Gli integratori alimentari conquistano l’Italia: un mercato da cinque miliardi che non si ferma
Non è più un fenomeno di nicchia né un capriccio del benessere diffuso: è un mercato strutturato, maturo, da oltre cinque miliardi di euro. I dati di settore e le indagini demoscopiche concordano. L’85% degli italiani ha utilizzato almeno un integratore alimentare nel corso dell’ultimo anno, secondo la ricerca condotta da AstraRicerche per Integratori & Salute, l’associazione di categoria che fa capo a Unione italiana food. Germano Scarpa, presidente dell’associazione, ne parla senza enfasi ma con cifre precise: “Non è una moda, non è ‘lo prendo perché ne ho sentito parlare’, ma lo prendo perché sono convinto che potrò avere un beneficio”. La consapevolezza del consumatore, in questo segmento, non è un dato trascurabile. È la colonna portante dell’intero comparto.
La farmacia resta il presidio centrale
Il canale di acquisto racconta molto di un mercato. E in questo caso racconta di una filiera ancora fortemente ancorata alla consulenza professionale. La farmacia genera il 77% del fatturato dell’intero comparto, una quota che non ha equivalenti in altri settori del largo consumo. Il 61% degli utilizzatori acquista lì, e le ragioni sono chiare. “In farmacia è presente un professionista il quale, sentito il proprio cliente, gli consiglia i prodotti più idonei”, spiega Scarpa. Il rapporto tra consumatore e farmacista funziona da filtro qualitativo, da garanzia informale che il prodotto scelto risponda a un bisogno reale e non a una sollecitazione pubblicitaria. È un modello che regge, almeno per ora.
Il secondo posto nella gerarchia dei canali appartiene all’online, con il 33% degli italiani che acquista integratori in rete. Una percentuale che supera quella della grande distribuzione organizzata, ferma al 21,5%. Il dato è rilevante non soltanto per ragioni commerciali. L’e-commerce introduce una variabile che la farmacia, per definizione, non può generare: l’assenza di intermediazione professionale. Si sceglie da soli, si confrontano prezzi, si acquista da piattaforme che possono essere italiane, europee o americane. Ed è proprio qui che il presidente Scarpa indica il punto di fragilità sistemica del settore.
Il rischio del divario normativo con gli Usa
“Purtroppo tra America ed Europa la legislazione è sempre più differente”, afferma Scarpa senza mezzi termini. In Europa, spiega, molti nutrienti vengono penalizzati — talvolta per una semplice questione di dosaggi consentiti — mentre negli Stati Uniti gli stessi ingredienti circolano liberamente sul mercato. Il risultato è un campo di gioco asimmetrico: i produttori americani possono formulare integratori con concentrazioni o componenti che i colleghi europei non possono replicare. E quando questi prodotti transitano sull’online — lecitamente o meno — il consumatore europeo vi accede comunque.
Le conseguenze, secondo Scarpa, non sono solo competitive. Sono di ordine sanitario e regolatorio: “Diventerà un grande problema perché all’Europa sfuggirà in maniera importante il controllo, il monitoraggio dell’uso di questi prodotti”. Un’autorità che non vede ciò che entra nel mercato non è in grado di valutarne i rischi. Il monitoraggio post-vendita, in assenza di tracciabilità, diventa un esercizio teorico. È un tema che le istituzioni comunitarie non hanno ancora affrontato con la necessaria sistematicità.
Immunità, energia, sonno: le preferenze degli italiani
Sul fronte dei consumi, la mappa delle preferenze riflette le preoccupazioni ricorrenti di una popolazione che invecchia e che vive ritmi sostenuti. Gli integratori per le difese immunitarie sono i più acquistati: li sceglie il 39% dei consumatori. Subito dopo, al 37%, quelli per l’energia fisica. Seguono i prodotti per bisogni più specifici — supporto osseo, aiuto dimagrante — e una quota significativa, il 18%, riservata agli integratori per sonno, stress e umore. La concentrazione cognitiva è un’altra voce in crescita, coerente con la diffusione dello smart working e con la domanda di performance mentale prolungata.
Il quadro che emerge non è quello di un consumatore frivolo che insegue tendenze. È, piuttosto, quello di un utilizzatore selettivo, che ha identificato un bisogno specifico e cerca una risposta misurabile. La percentuale di chi dichiara un miglioramento percepibile — quasi l’80% tra gli assuntori regolari — è un indicatore di fidelizzazione più che di placebo collettivo.
Sul futuro del comparto, Scarpa è prudentemente ottimista ma non nasconde le asimmetrie geografiche: “Il mercato continuerà a crescere, però di là dell’oceano sta crescendo molto di più che in Europa, perché una regolamentazione diversa, più aperta all’innovazione, sta permettendo di immettere sul mercato prodotti sempre più innovativi”. La crescita ci sarà, dunque. Ma il ritmo e la qualità dell’innovazione dipenderanno, in larga misura, dalle scelte che Bruxelles compirà nei prossimi anni sul piano regolatorio. Una partita ancora aperta, che si gioca lontano dagli scaffali delle farmacie.
