Gli Oscar 2026 premiano Paul Thomas Anderson: Hollywood riconosce il cineasta ribelle che non ha mai ceduto al compromesso
Il regista californiano, alla sua terza candidatura dopo vent’anni di attesa, vince il premio più ambito del cinema con un thriller politico sull’immigrazione. La cerimonia ha incoronato anche Michael B. Jordan miglior attore e Jessie Buckley migliore attrice.
Leonardo DiCaprio e Paul Thomas Anderson
È “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson il miglior film degli Oscar 2026. Una vittoria piena, con sei statuette (Film, Regia, Montaggio, Sceneggiatura non originale, attore non protagonista Sean Penn, Casting), che consacrano il successo personale di Anderson, anche produttore insieme a Sara Murphy. Ci sono voluti dieci film, tre candidature e vent’anni per arrivarci. Paul Thomas Anderson, 55 anni, regista di “Magnolia”, “Il petroliere” e “Vizio di forma”, ha conquistato la 98ª edizione degli Academy Awards, consacrandosi come l’autore americano più premiato della stagione.
È “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson il miglior film degli Oscar 2026. Una vittoria piena, con sei statuette (Film, Regia, Montaggio, Sceneggiatura non originale, attore non protagonista Sean Penn, Casting), che consacrano il successo personale di Anderson, anche produttore insieme a Sara Murphy. Dietro, con quattro statuette, “Sinners” di Ryan Coogler. Terzo “Frankenstein” di Guillermo del Toro, con tre premi tutti in categorie tecniche. Una serata ordinata, con poche sorprese, un paio di primati storici e qualche momento di sincera emozione.
Anderson e la rivincita con l’Academy
Sul palco, circondato dall’intero cast, Anderson ha scherzato: “Ora prendiamoci un Martini”. Poi ha ricordato i film candidati nel 1975 — “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Lo squalo”, “Barry Lyndon”, “Nashville” — come per collocare il suo lavoro in una genealogia precisa, quella del cinema americano scomodo e visionario. La dedica finale è andata ad Adam Somner, collaboratore scomparso nel 2024: “Ora si trova in un bar enorme lassù in cielo. Si sta gustando un gin tonic ed è felicissimo”.
“Una battaglia dopo l’altra” racconta le vicende dei French 75, un gruppo di rivoluzionari impegnato a liberare immigrati clandestini detenuti in campi di prigionia. Un soggetto che avrebbe potuto trasformarsi in un pamphlet, e che invece Anderson rivendica come film d’azione puro. “Non sono un politico, sono un cineasta”, ha detto durante la cerimonia. “Dovrebbe essere solo un film su un uomo che cerca di riavere sua figlia. Ma quello che vedo ogni giorno mi pesa sul cuore per il mondo”. Il film è stato concepito prima del ritorno di Donald Trump alla presidenza, dato che Anderson ha tenuto a precisare.
Sinners, il gigante dai piedi d’argilla
“Sinners” di Ryan Coogler era arrivato alla notte degli Oscar con sedici nomination, superando ogni record recente. Ne ha vinte quattro: sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora e attore protagonista. Numeri comunque rispettabili, ma lontani dalle attese della vigilia. L’impressione, a consuntivo, è quella di un film fortissimo sul terreno artistico — e premiato come tale — che ha ceduto il passo alla compattezza narrativa e alla qualità complessiva del lavoro di Anderson.
Michael B. Jordan, premiato come miglior attore per la doppia interpretazione dei gemelli Smoke e Stack Moore, ha dedicato la statuetta ai propri genitori — il padre era presente in sala, arrivato dal Ghana per l’occasione — e ha citato i predecessori: Sidney Poitier, Denzel Washington, Jamie Foxx, Forest Whitaker, Will Smith. “Sono qui grazie a coloro che mi hanno preceduto”, ha detto. “Lo sento, so che volete che io abbia successo”.
Nessuna sorpresa, invece, per la miglior attrice protagonista. Jessie Buckley ha vinto per “Hamnet”, collezionando tutti i premi della stagione dopo una candidatura precedente come non protagonista per “La figlia oscura”. Dal palco ha salutato la famiglia irlandese: “Mamma, papà, grazie per avermi insegnato a sognare e a non farmi mai definire dalle aspettative”.
Penn assente, Madigan con quarant’anni di ritardo
Sean Penn non era presente alla cerimonia. A ritirare il suo Oscar come miglior attore non protagonista ci ha pensato Kieran Culkin, uno degli host della serata, con un commento ironico: “Sean Penn non ha potuto essere qui — o forse non ha voluto — quindi ritirerò il premio a suo nome”. L’attore, che avrebbe programmato un viaggio in Ucraina, ha disertato tutti i riconoscimenti consegnatigli per il film nel corso della stagione dei premi.
Tutt’altro tono per Amy Madigan, premiata come migliore attrice non protagonista per l’horror “Weapons”. La prima nomination era arrivata nel 1986. Quarant’anni dopo, la statuetta. “Tutti mi chiedevano che succede da quarant’anni”, ha detto con una risata. “Ecco la statuetta che fa la differenza”.
I primati tecnici e una prima volta storica
La fotografia di “Sinners” va ad Autumn Durald Arkapaw, americana di origini filippine. È la prima donna a vincere l’Oscar in questa categoria nella quasi centenaria storia degli Academy Awards. Il premio le è stato consegnato da Demi Moore. Un dato secco, che vale più di qualsiasi commento.
Doppietta per “KPop Demon Hunters”: miglior film d’animazione e miglior canzone originale con “Golden”, primo brano K-pop a vincere quella categoria nella storia degli Oscar. Il riconoscimento è stato consegnato da Lionel Richie.
Javier Bardem ha consegnato il premio per il miglior film internazionale al norvegese “Sentimental Value” di Joachim Trier. Presentandosi sul palco, Bardem aveva sul risvolto della giacca una scritta visibile: “No alla guerra”. Lo ha ripetuto a voce, aggiungendo “Palestina libera”.
Gli effetti visivi sono andati ad “Avatar: fuoco e cenere”, il sonoro a “F1”, il documentario a “Mister nobody against Putin”. Emozionante il momento dei ricordi: Barbra Streisand ha commemorato Robert Redford cantando “The Way We Were”. Sul palco anche Billy Crystal e il cast di Rob Reiner per rendere omaggio al regista e alla moglie, uccisi lo scorso dicembre.
L’Italia e la categoria nuova
Quest’anno le categorie erano 24, una in più rispetto al 2025, per effetto dell’introduzione del premio per il miglior casting — assegnato a Cassandra Kulukundis per “Una battaglia dopo l’altra”. L’unica italiana in gara — e l’unica a vincere — è Valentina Merli, bolognese, co-produttrice del cortometraggio “Two People Exchanging Saliva”, premiato ex aequo con “The Singers” nella categoria miglior cortometraggio. Una vittoria minore, nei numeri. Non nell’orgoglio.
