Editoriale

Gli Stati Generali, da Luigi XVI a Giuseppe Conte

Il Re convocava i tre ceti su cui si fondava la Francia di fine Settecento: clero, aristocrazia e borghesia. All’ordine del giorno degli stati generali, le finanze del paese disastrate. Tanti buoni propositi, tante chiacchiere. Era il 1789. Il re Luigi XVI, secondo gli storici, non comprese per nulla la difficoltà della situazione in cui era precipitato il Paese. E continuava a passare le sue giornate tra colloqui e battute di caccia. Sarà la storia, com’è noto, a dirci come è andata a finire allora. Ora, dopo 231 anni, un capo di governo, ha convocato centinaia di sigle professionali, sindacali, dei più variegati mestieri e associazioni. E ancora: esponenti di settori chiave nell’emergenza sanitaria, grandi nomi dell’industria, scrittori, registi e cantanti pop come Elisa. Ha parlato con decine e decine di alte personalità istituzionali internazionali e nostrane. Tutto, in piena pandemia, in nove giorni continui di via vai tra videoconferenza e assisi nella suggestiva cornice del Casino dell’Algardi a Villa Pamphili, a Roma.

Un evento unico, nei modi e nei tempi, dalla nascita della nostra Repubblica. Una lunga passerella su cui ieri è calato il sipario e che riporta da oggi, Giuseppe Conte, nella realtà di un paese, l’Italia, che sta vivendo una crisi economica unica dal Dopoguerra a oggi. E’ stata chiara la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, il 13 giugno all’apertura degli Stati generali: il Next Generation Eu “può dare molto all’economia italiana e risolvere i suoi problemi storici. Ma servono le dovute riforme. Ora sta a voi farlo succedere”. Un messaggio inequivocabile al governo giallorosso se si vuole scongiurare il monito della Confindustria sempre all’indirizzo del Conte 2: “Se non si interviene subito e in maniera pesante, il collasso a settembre sarà inevitabile”. Intanto, il governo in questi nove giorni ha ascoltato migliaia di proposte, decisamente legittime ma che se li dovesse mettere in atto non basterebbero nove vite.

Un fatto è certo: i problemi dell’Italia, Conte già li conosceva prima degli stati generali e siamo certi – se non smentiti – che sono gli stessi di oggi, dopo nove giorni di passerelle. Sono stati ascoltati la Conferenza delle Regioni, l’Anci, l’Upi (nonostante non si sono più le province). Decine e decine di sigle di artigiani, commercianti, settore delle assicurazioni, bagnini e titolari di lidi. Nel comparto agricolo, Confagricoltura, Cia, Copagri, Federalimentare. Finanche le Coop e Conad hanno detto la loro. Poi, piscicoltori e gran parte degli attori della pesca. Per non parlare dell’associazione che tutela i criminologi, amministratori di condominio, manutentori antincendio e cerimonie. Pezzi da novanta come Leonardo, Ferrovie dello Stato, Fincantieri, Enel, Eni, Invitalia, Poste Italiane. Ma anche gli amanti del pianeta come Wwf, Legambiente e Greenpeace. Tutta la catena del turismo, guide comprese in lotta col governo in quanto finora non hanno avuto un euro per l’emergenza Covid. Un’altra decina di sigle rappresentavano il cinema, lo spettacolo e gli editori.

Presente anche il Terzo settore con Fondazioni ed enti della Filantropia Istituzionale e le Acli. Chi ha azzardato a contare tutti i partecipanti agli stati generali che si sono svolti dal 13 giugno al 21 giugno, parla di circa 120 tra sigle e personaggi di “peso”. Nonostante ciò, dal governo non è emersa nessuna progettualità, nessun investimento a medio lungo periodo per produrre vera ricchezza. Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, per esempio, ha proposto di affrontare la crisi debitoria facendo nuovo debito soprattutto per sostenere la parte improduttiva del Paese con interventi, ovviamente, a fondo perduto. Di certo, i prossimi giorni per Conte saranno meno riposanti di quelli trascorsi al Casino dell’Algardi. Infatti è il tempo dei fatti. E’ il momento di varare immediati provvedimenti per rimettere in moto la macchina Italia, evitando di finire come la Francia di Luigi XVI.

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