Gli Stati Uniti lasciano oggi le ultime basi in Iraq, completando una transizione concordata nel 2024 e chiudendo oltre due decenni di presenza militare. Il ritiro avviene mentre Washington combatte contro l’Iran e apre nuovi interrogativi sul peso delle milizie filo-iraniane e sulla capacità irachena di contenere l’Isis.
Le milizie rivendicano il risultato
Per i gruppi armati sostenuti da Teheran, la partenza americana rappresenta un risultato politico. Abu Mojtaba al-Yasiri ha sostenuto che l’uscita degli Stati Uniti costituisce una “vittoria storica” della resistenza irachena e una “sconfitta schiacciante” del progetto americano. La sua dichiarazione riflette la posizione delle fazioni che da anni chiedono la fine della presenza militare statunitense.
Anche il Parlamento iraniano ha accolto favorevolmente la conclusione della missione. Amir Hayat Moqaddam ha sostenuto che, una volta completato il ritiro, in Iraq potrà prevalere una “sicurezza duratura”. Teheran ha quindi inserito formalmente la partenza americana nella propria lettura strategica del Medio Oriente.
L’effetto riguarda soprattutto gli equilibri interni iracheni. Le milizie filo-iraniane non sono soltanto formazioni armate: alcune dispongono di strutture politiche, reti economiche e collegamenti con le istituzioni statali. Il loro rapporto con il governo di Baghdad resta uno dei nodi della sicurezza nazionale.
La partita sul controllo delle armi
Il ritiro americano si sovrappone al tentativo del governo iracheno di riportare le formazioni armate sotto il controllo dello Stato. Il premier Ali al-Zaidi aveva indicato il 30 settembre come termine per il disarmo delle milizie, ma diversi gruppi filo-iraniani hanno respinto la scadenza e chiesto garanzie sulla definitiva uscita americana.
La coincidenza delle due scadenze rende il passaggio ancora più delicato. Per alcune milizie, la fine della presenza americana elimina la principale motivazione addotta per mantenere una struttura armata autonoma; per il governo, invece, il problema resta quello di concentrare l’uso della forza nelle istituzioni statali.
Il quadro nasce da un accordo più ampio tra Washington e Baghdad. Nel 2024 i due governi stabilirono di concludere la missione militare della coalizione e passare a una partnership bilaterale nel settore della sicurezza.
Il fronte jihadista resta aperto
La seconda incognita riguarda l’Isis. Dopo la perdita dei territori conquistati tra il 2014 e il 2017, il gruppo ha mantenuto una rete di cellule clandestine. Le forze americane hanno continuato a fornire alle unità irachene intelligence, ricognizione e sorveglianza, capacità che ora dovranno essere assicurate attraverso strumenti nazionali o nuove forme di cooperazione.
Sirwan Barzani, comandante curdo, ha riferito di avere osservato nelle ultime settimane movimenti delle cellule dello Stato islamico. A suo giudizio, l’annuncio della fine della missione internazionale avrebbe rafforzato il morale dei combattenti. Altri responsabili della sicurezza irachena hanno segnalato il rischio di una ripresa delle attività del gruppo.
Il precedente del 2014 resta il riferimento principale. Le forze americane avevano lasciato l’Iraq nel 2011; meno di tre anni dopo tornarono quando l’Isis conquistò vaste porzioni del Paese. La coalizione internazionale contribuì quindi alla riconquista dei territori occupati, completata in Iraq nel 2017.
Ventitré anni dopo l’invasione
La sequenza militare americana si chiude dunque nello stesso Paese in cui era iniziata nel marzo 2003 con il rovesciamento di Saddam Hussein. Dopo l’occupazione e la guerra contro l’insurrezione, Washington ritirò le proprie forze nel 2011, per poi tornare nel 2014 contro lo Stato islamico. In oltre vent’anni sono morti circa 4.500 militari americani.
Il nuovo assetto non cancella la relazione con Washington. L’accordo prevede il passaggio dalla presenza operativa della coalizione a rapporti bilaterali di sicurezza. L’Iraq dovrà quindi gestire una cooperazione con gli Stati Uniti senza la precedente presenza militare americana sul territorio.
Il dato politico resta il cambiamento dell’equilibrio regionale. Teheran e le milizie alleate celebrano l’uscita americana; Baghdad deve invece impedire che il nuovo assetto si traduca in una crescita incontrollata del potere delle formazioni armate o in nuovi spazi per l’Isis.

