Guerra in Iran, il bazar della pace: ovvero l’arte di trattare mentre si bombarda

Trump annuncia “conversazioni positive” con Teheran. Ma lo Stretto di Hormuz è chiuso, i marines avanzano e i missili volano. La domanda vera non è se ci sarà un accordo, ma chi può permettersi di tornare a casa a mani vuote.

Mojtaba Khamenei e Donald Trump

Mojtaba Khamenei e Donald Trump

E’ una vecchia regola aurea della diplomazia mediorientale: diffidare sempre dell’annuncio che arriva alle tre del mattino via social media. Donald Trump, che di regole ne ha sempre fatte poche sue, ha scelto Truth Social per comunicare al mondo che gli Stati Uniti e l’Iran starebbero intrattenendo “conversazioni molto positive e produttive”. Quattro settimane dopo l’inizio delle operazioni militari congiunte con Israele. Con lo Stretto di Hormuz ancora paralizzato. Con cinquantamila militari americani schierati nel Golfo.

Il post è, in sé, già una notizia. Ma la notizia vera è il silenzio che lo circonda: nessun comunicato del Dipartimento di Stato, nessuna conferenza stampa, nessun dettaglio sul formato dei colloqui. Solo quella frase, sospesa nell’aria come un pallone di prova lanciato nel vuoto diplomatico.

Per capire cosa sta accadendo davvero, bisogna andare oltre il tweet e guardare agli attori. Sul fronte americano, Steve Witkoff — l’inviato speciale che già condusse i negoziati per la tregua a Gaza — e il sempreverde Jared Kushner. Sul fronte iraniano, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, con l’imprimatur della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, figlio del predecessore ucciso nelle operazioni di fine febbraio. In mezzo, l’Oman, che da settimane recita il ruolo del postino discreto in questo epistolario di bombe e aperture.

Ma c’è un quarto attore che nessun comunicato ufficiale cita, e che tuttavia domina la scena: Benjamin Netanyahu. Già prenotato a Washington per incontrare Trump, il premier israeliano esige che qualsiasi intesa includa il bando ai missili balistici e la fine del sostegno iraniano all’asse Hezbollah-Hamas. Un veto informale che pesa come un macigno sul tavolo dei negoziati. Israele non firma l’accordo, ma può affossarlo.

Il paradosso della forza

Il nodo concettuale di questa partita è, al tempo stesso, il più semplice e il più insolubile: Trump ha costruito una posizione negoziale così massimalista — “arricchimento nucleare zero”, niente di meno — che qualsiasi accordo realisticamente raggiungibile rischia di sembrare, nella narrativa interna americana, una capitolazione. Il JCPOA di Obama fu concluso solo dopo che Washington accettò una limitata capacità di arricchimento iraniana, e quello era il punto di partenza di Teheran in anni di relativa debolezza. Oggi, dopo quattro settimane di bombardamenti, il regime ha perso la sua guida suprema storica ma non ha ceduto un centimetro. Ha risposto ai raid colpendo una base militare nell’Oceano Indiano con missili di gittata molto superiore a quella finora stimata dall’intelligence occidentale. Non è il comportamento di chi sta per alzare bandiera bianca.

E allora cosa vuole Trump, davvero? La risposta più onesta è: probabilmente vuole entrambe le cose che non possono coesistere. Vuole sembrare il presidente che ha domato l’Iran, e vuole un accordo che gli permetta di annunciare la fine delle ostilità prima che il prezzo del petrolio faccia esplodere il malcontento interno. Venerdì ha dichiarato ai giornalisti di non voler cessate il fuoco “quando stai letteralmente annientando l’avversario”. Poche ore dopo, ha scritto su Truth Social che gli Stati Uniti stavano valutando di “rallentare i grandi sforzi militari”. Lo stesso uomo. Lo stesso pomeriggio.

A complicare ulteriormente il quadro, la crepa visibile dentro l’amministrazione. JD Vance si è detto “scettico degli interventi militari” e ha affermato che “tutti preferiamo l’opzione diplomatica”. È un segnale che, tradotto dal linguaggio politichese americano, suona come: la guerra sta diventando costosa, in tutti i sensi.

Hormuz, la partita nella partita

Il dossier più urgente non è nemmeno il nucleare. È lo stretto. Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui transita un quinto dell’approvvigionamento energetico mondiale, e l’Iran lo tiene serrato da settimane, con effetti che i mercati stanno già scontando brutalmente. Trump ha lanciato su Truth Social un ultimatum: aprire completamente lo stretto entro quarantotto ore, o le centrali elettriche iraniane verranno colpite. Teheran ha risposto che in caso di attacco alle infrastrutture civili, prenderà di mira le installazioni energetiche americane nella regione.

Dunque: si dice di voler parlare, e al contempo si minaccia di obliterare le centrali elettriche entro due giorni. Non è una contraddizione tattica. È lo specchio fedele di una situazione in cui nessuno dei due contendenti può permettersi né di vincere del tutto né di perdere del tutto, e in cui entrambi tentano di usare il tavolo negoziale e il campo di battaglia come leve reciproche.

La scommessa di Araghchi

Sul fronte iraniano, la disponibilità di Araghchi a sedersi al tavolo non è necessariamente debolezza. Può essere, al contrario, la mossa del giocatore che sa di avere carte migliori di quanto l’avversario voglia ammettere. Il regime ha dimostrato una resilienza strutturale che ha sorpreso gli analisti: la decapitazione della leadership non ha prodotto il collasso che alcuni in Israele e a Washington speravano. Araghchi e Shamkhani — consigliere del nuovo Khamenei — sembrano orientati a una trattativa reale, ma con una linea rossa che non si discute: la capacità di arricchimento dell’uranio rimane. Su questo, Teheran non si muoverà.

La domanda, allora, è se Trump sia disposto a tornare, di fatto, alla logica del JCPOA spacciandola per qualcosa di completamente diverso. La storia recente suggerisce che lui sia l’unico politico americano in grado di vendere ai suoi elettori come vittoria ciò che chiunque altro dovrebbe difendere come compromesso. Ma questa volta il contesto è diverso: c’è sangue, ci sono cadaveri, ci sono cinquantamila soldati nel Golfo. Le parole su Truth Social non bastano più a riscrivere la realtà.

Le “conversazioni molto positive e produttive” di Trump potrebbero essere il primo filo di un accordo genuino, o il solito fumo lanciato verso i mercati e verso i governi del Golfo che subiscono il costo economico di questa guerra senza averla voluta. Per saperlo, bisognerà aspettare non il prossimo post, ma il prossimo missile. In Medio Oriente, sono sempre quelli a dire l’ultima parola.