Cronaca

I 100 giorni di guerra in Ucraina, dalla maskirovka al logoramento

 

di Maurizio Ginocchi e Cristina Giuliano

Dalla ‘maskirovka’ alla guerra di logoramento. Un inganno e un’aggressione pianificata per un azzardo dettato da aspettative sbagliate, che hanno dato vita a un errore strategico: qualunque sia la sua genesi, l’invasione russa dell’Ucraina ha cambiato la storia dell’Europa e giunti alla data simbolica dei cento giorni di combattimenti, la portata futura delle sue conseguenze rimane ancora incalcolabile. In questi 100 giorni di conflitto si è passati dall’inganno (dottrina militare russa chiamata ‘maskirovka’ che risale al principe Dmitry Donskoy e alla prima vittoria importante sull’Orda d’Oro nel 1380) alla guerra casa per casa per scampoli di terra. Sono state abbattute molte certezze, assunti che sembravano verità scontate e che invece si sono rivelate mere illusioni. In primis se si riavvolge il nastro al 24 febbraio, i giorni in carica del presidente ucraino Volodymyr Zelensky sembravano contati, e invece il leader di Kiev è ancora in sella, e non è fuggito dalla capitale ucraina, secondo un modello ‘afgano’ inizialmente prefigurato dagli esperti.

Vladmir Putin, leader del Cremlino, sembrava scommettere sul fatto che Zelensky sarebbe fuggito dalla sua capitale, proprio come solo pochi mesi prima il presidente dell’Afghanistan aveva lasciato Kabul. A oggi non si è placata neppure l’indignazione occidentale, altro fattore sottovalutato da parte russa, come anche l’ondata di sanzioni da parte dell’Ovest: questa mattina è arrivato il sesto pacchetto di misure da parte Ue, il più travagliato forse e il primo sul quale l’Ungheria – tra i 27 il Paese con il leader più vicino alla Russia – ha fatto sentire prepotentemente il suo peso. In questi cento giorni, una data significativa – e appuntamento mancato per i russi – è stata il 9 maggio, tradizionalmente giorno della Vittoria sulla Germania nazista per i russi: qualsiasi progetto Putin avesse per una parata della vittoria a Kiev è sospeso a tempo indeterminato. Il morale ucraino non è crollato. Le truppe ucraine, equipaggiate con armi anticarro consegnate dagli Stati Uniti e dai loro alleati, hanno risposto alle colonne corazzate russe. I missili ucraini hanno affondato l’incrociatore missilistico Moskva, orgoglio della flotta russa del Mar Nero; e gli aerei ucraini hanno resistito, contro ogni previsione.

Tre mesi dopo la sua invasione, la Russia non sembra più puntare a una guerra breve e vittoriosa in Ucraina, né sembra essere in grado di raggiungerla, anche se Zelensky deve ammettere che oggi il 20% del suo Paese è occupato dai russi. Ma piani e strategie di Mosca sono molto cambiati. Alla fine di marzo, l’esercito russo ha iniziato a ritirare le sue truppe dalla capitale ucraina, sostenendo di aver spostato l’attenzione sul Donbas. È chiaro che Mosca è stata costretta a riorganizzare il suo comando militare dopo il disordine iniziale e le vittime russe – per quanto sfuggenti siano i numeri ufficiali – sono incredibilmente numerose. La Russia oggi controlla una mezzaluna del territorio ucraino che si estende dalla seconda città ucraina di Kharkiv, continua attraverso le città di Donetsk e Lugansk controllate dai separatisti e raggiunge verso ovest fino a Kherson, formando un ponte di terra che collega la penisola della Crimea (annessa dalla Russia nel 2014) con la regione del Donbass, dove le cose si sono stabilizzate grazie a una guerra di logoramento. I recenti combattimenti si sono concentrati intorno a Severodonetsk, una città industriale dove le forze ucraine detengono l’ultimo frammento della regione orientale di Luhansk.

Un conflitto che potrebbe durare ancora a lungo, come ribadito più volte dagli esperti e dallo stesso segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, malgrado gli effetti sull’economia globale soprattutto nei Paesi più vulnerabili dal punto di vista delle forniture energetiche e alimentari. I negoziati sono infatti in una completa fase di stallo, come non potrebbe essere altrimenti visto che Mosca non intende rinunciare ai guadagni ottenuti sul campo – o quanto meno, vuole farli pesare al tavolo – e questi sono ancora ritenuti insufficienti in termini di risultati strategici, malgrado il forte ridimensionamento degli obbiettivi. L’Ucraina da parte sua non intende accettare alcuna ulteriore menomazione territoriale, pur avendo aperto a un riconoscimento formale della perdita della Crimea (oggi la tv russa parlando di turismo ha definito Yalta ‘città russa’); inoltre, Kiev vuole sfruttare al massimo le circostanze per spingere diplomaticamente per una rapida adesione – se non alla Nato, altra possibile merce di scambio negoziale – almeno all’Unione Europea.

All’ostacolo della posizione ancora intransigente delle due parti – almeno fino a che i costi umani o politici rimarranno sostenibili – si aggiunge anche la tentazione da parte dell’ala più dura della Nato di approfittare della situazione per cercare di mettere definitivamente all’angolo la Russia: una prospettiva che tuttavia non piace all’Europa, timorosa del possibile vuoto di potere in uno Stato che non sarà più una grande potenza militare, ma rimane una superpotenza nucleare. Posto che una Russia debole verrebbe spinta inevitabilmente nelle braccia della Cina – e date le conseguenze economiche di un conflitto troppo lungo per l’Europa – è probabile che alla fine la spunti anche da parte occidentale lo scenario di un accordo che ‘salvi la faccia’ sia a Mosca che a Kiev, in termini che al momento però rimangono ancora vaghi al di là di un compromesso territoriale e della neutralità ucraina.

In attesa di una soluzione, tuttavia, in Ucraina si continua a combattere e a morire. Le conseguenze immediate del conflitto, in termini puramente statistici, possono essere riassunte in dieci punti:

1) Il bilancio ufficiale delle vittime civili fornito dall’Onu – una sostanziale sottostima – parla già di 4.169 morti (fra cui 268 minorenni) e 4.982 feriti.

2) Gli ucraini costretti ad abbandonare il proprio Paese sono quasi sette milioni, di cui circa la metà si sono rifugiati in Polonia; a questi vanno aggiunti altri otto milioni di sfollati interni.

3) Per quanto riguarda le perdite militari, le informazioni disponibili sono contrastanti: secondo fonti ucraine i russi avrebbero perso circa 30mila effettivi; in ogni caso, per gli analisti occidentali si tratta di un livello di perdite simile a quello sofferto i totale dalle forze sovietiche nel conflitto in Afghanistan. I dati ufficiali delle due parti parlano di 1.351 soldati russi uccisi (a marzo) e fra i 2.500 e i 3mila soldati ucraini (di recente Kiev ha parlato di 60-100 perdite giornaliere).

4) L’invasione ha inoltre provocato una crisi umanitaria senza precedenti: l’Onu calcola in 15,7 milioni il numero delle persone che necessitano di aiuti, specie nell’est e nel sud dell’Ucraina, ed ha chiesto ai Paesi donatori due miliardi di euro di finanziamento (una somma che basterà solo fino ad agosto e di cui è stato stanziato finora solo il 70%).

5) La Procura ucraina ha denunciato fino ad ora oltre 15mila presunti crimini di guerra, con 80 processi già avviati a carico di circa 600 militari russi.

6) Stando ai dati di Reporter senza frontiere, 50 presunti crimini di guerra riguardano giornalisti; almeno otto hanno perso la vita durate i combattimenti e altri sette potrebbero essere stati uccisi a causa del loro lavoro.

7) I bombardamenti indiscriminati hanno colpito edifici residenziali, scuole, ospedali e altre infrastrutture; l’Unesco dal canto suo ha verificato danni a 62 edifici di culto, 12 musei, 26 edifici di valore storico, 15 monumenti e sette biblioteche.

8) L’Unhcr ha invece confermato almeno 204 casi di sparizioni forzate, dovute per la maggior parte alle forze di Mosca e alle milizie filorusse: fra gli scomparsi vi sono pubblici funzionari, giornalisti, attivisti, ex militari. Trentotto persone sono successivamente state liberate mentre altre cinque sono state ritrovate morte.

9) Dall’inizio dell’invasione, le autorità russe hanno arrestato almeno 15.556 persone che protestavano contro la guerra.

10) La Fao ha reso noto che i combattimenti hanno impedito di piantare o raccogliere circa il 20% dei prodotti agricoli ucraini (soprattutto il grano); secondo il Pam se il conflitto dovesse continuare altri 47 milioni di persone in tutto il mondo sarebbero a rischio fame. askanews

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