La Commissione europea ha rotto gli indugi. Il portavoce per il Commercio, Olof Gill, ha diffuso una dichiarazione formale in cui Bruxelles elenca con precisione chirurgica ciò che Washington deve chiarire per rendere operativo l’accordo di Turnberry sui dazi. Non è un atto ostile. È, nella forma, una richiesta di cooperazione. Nella sostanza, è un ultimatum amministrativo.
L’accordo di Turnberry — raggiunto la scorsa estate in Scozia e poi fissato in una dichiarazione congiunta Ue-Usa — stabiliva un tetto onnicomprensivo del quindici per cento sui dazi americani alle importazioni europee, in cambio dell’azzeramento delle tariffe comunitarie sulla maggior parte dei prodotti industriali statunitensi. Un’intesa che pareva solida. Poi è arrivata la sentenza.
Il 20 febbraio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la base giuridica su cui l’Amministrazione Trump aveva costruito l’impianto tariffario originario. Il giorno successivo, con una proclamazione presidenziale, la Casa Bianca ha reintrodotto dazi temporanei del dieci per cento sulle importazioni, questa volta fondandosi su una diversa disposizione normativa. I nuovi dazi sono entrati in vigore il 24 febbraio.
Per la maggior parte dei prodotti europei, il meccanismo regge ancora. Le aliquote della clausola di nazione più favorita — il regime tariffario ordinario previsto dalle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio — sono inferiori al cinque per cento per il novantatré per cento delle esportazioni comunitarie verso gli Stati Uniti. Sommate al dieci per cento aggiuntivo, si rimane entro il tetto concordato. Il problema riguarda il sette per cento restante.
Per quella quota di prodotti — Gill non ha fornito un elenco dettagliato, ma ne ha riconosciuto l’esistenza senza ambiguità — i dazi ordinari superano già il cinque per cento. Aggiungendo il dieci per cento della nuova proclamazione, si sfora il massimale del quindici. “Pertanto, logicamente, se gli Stati Uniti si sono impegnati a rispettare gli accordi, allora dovranno rispettare la soglia del quindici per cento”, ha detto Gill durante il briefing quotidiano con la stampa a Bruxelles. “Stiamo aspettando che ci spieghino in modo chiaro e dettagliato come questo funzionerà.”
È una domanda semplice nella formulazione, complessa nelle implicazioni. Nessuna risposta è ancora arrivata da Washington.
Il secondo nodo è temporale. La nuova base giuridica adottata dalla Casa Bianca consente l’applicazione dei dazi del dieci per cento soltanto per un periodo transitorio di centocinquanta giorni. Allo scadere di questo termine, il regime tariffario dovrà essere ridefinito. La Commissione europea vuole sapere ora come si comporterà l’Amministrazione americana in quella fase successiva, e lo vuole sapere in forme che garantiscano — testuale — “stabilità e prevedibilità” agli operatori economici di entrambe le sponde dell’Atlantico.
Alcune categorie di prodotti restano per il momento esenti dai nuovi dazi: aeromobili e relative componenti, prodotti farmaceutici, prodotti energetici. Non è previsto, inoltre, alcun cumulo con i dazi settoriali già vigenti in base alla cosiddetta Sezione 232 — quelli che colpiscono acciaio, automobili, camion e legname. Ma queste esenzioni, per quanto significative, non risolvono la questione di fondo.
Il giorno prima della dichiarazione di Gill, il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, si era presentato davanti all’Europarlamento con un messaggio chiaro e, per certi versi, insolito nella sua simmetria. Ha ricordato che proseguire nell’attuazione degli impegni assunti con la dichiarazione congiunta è “imperativo”. Ha poi aggiunto, con tono fermo, che anche l’Unione europea “deve restare fedele al nostro accordo”. Non solo Washington, dunque. Bruxelles ha rivendicato la propria coerenza come argomento negoziale, non come concessione.
La posizione della Commissione — espressa pubblicamente già il 22 febbraio con una nota domenicale, segno dell’urgenza politica della vicenda — “gode di un ampio sostegno” tra Parlamento europeo e Stati membri. Gill lo ha sottolineato esplicitamente, segnalando compattezza interna in un momento in cui le divisioni tra capitali europee sul tema commerciale non sono mai del tutto sopite.
Il negoziato per esenzioni aggiuntive prosegue in parallelo. La Commissione ha precisato che questo lavoro è coerente con l’impianto della dichiarazione congiunta, non alternativo ad esso. Le aziende europee, ha ribadito Gill, “devono beneficiare di un trattamento equo, prevedibilità e certezza del diritto”. Tre sostantivi che, in questo contesto, suonano più come un avvertimento che come un auspicio.