Il bacio di Giuda di Bettini: il “grande elettore” che già scarica Elly
Dal referendum al duello interno per la guida della coalizione: Schlein punta sulle primarie aperte, Conte le relativizza, Gualtieri le teme, Renzi le esalta, mentre nel Pd cresce il partito trasversale di chi vorrebbe un nome capace di mettere d’accordo tutti senza lacerare
Elly Schlein
La vittoria referendaria sulla separazione delle carriere giudiziarie doveva essere il cemento del campo largo. Si sta rivelando, invece, il detonatore di una crisi di leadership che il centrosinistra aveva finora tenuto sotto traccia. Con le elezioni politiche improvvisamente più vicine all’orizzonte, il dibattito sul nome del candidato premier è esploso in modo caotico: primarie contro modello parlamentare, federatori contro candidature naturali, generosità invocata e fermamente rifiutata.
Il punto di partenza è un dualismo strutturale. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, è la candidata “naturale” se si applicasse alla coalizione il principio che governa il centrodestra: guida chi ha più voti. Ma il campo largo non è il centrodestra, e Giuseppe Conte — che “ha di nuovo indossato l’abito da premier”, come osserva con irritazione un parlamentare dem — non ha nessuna intenzione di recitare la parte del comprimario. Il risultato è una paralisi che Rosy Bindi ha sintetizzato con una formula difficile da smentire: “Il problema è che Conte e Schlein non si riconoscono e non si legittimano tra di loro”.
Bettini rompe l’equilibrio
In questo contesto, l’intervento di Goffredo Bettini ha assunto il valore di una mossa politica deliberata, non di una riflessione a voce alta. Il più convinto sostenitore dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle ha ringraziato la segretaria per il “lavoro enorme” svolto, ma ha aggiunto la frase che conta: “La questione della premiership non va posta oggi. Bisogna pensare al migliore per vincere”. Il richiamo alla “generosità” — parola non scelta a caso — ha evocato il precedente del 1996, quando Massimo D’Alema lasciò la candidatura a Romano Prodi per allargare la coalizione verso il centro.
L’analogia è potente e provocatoria: implica che il partito più grande dovrebbe saper rinunciare per vincere. Bettini si è affrettato a precisare che non si tratta di ripetere quella formula, ma il messaggio era già nell’aria. Quello che rende l’affondo significativo non è solo il contenuto, ma la fonte. Bettini è il grande elettore di Schlein, l’uomo che più di chiunque altro ha costruito l’architettura del campo largo come la segretaria lo intende. Se persino lui solleva la questione, vuol dire che il pensiero è condiviso da una fetta non marginale del gruppo dirigente democratico.
La risposta di Schlein e le sue contraddizioni
La segretaria non ha ceduto. A Fanpage ha risposto con la parola che preferisce al posto di “primarie”: “partecipazione”. Scegliere il leader, ha detto, “è giusto coinvolgere la nostra gente, anziché chiuderci nelle stanze”. Ha anche spostato l’attenzione su un dato politico concreto: i cinque milioni di elettori che hanno votato “no” al referendum pur avendo disertato le elezioni europee. “Non dare per scontati quegli elettori” è un messaggio implicito a tutta la coalizione: il consenso si costruisce, non si eredita.
Ma la posizione di Schlein ha una fragilità interna. Le primarie che invoca sono anche lo strumento attraverso il quale Conte potrebbe sfidarla direttamente. Il leader M5s ha glissato sull’entusiasmo per i gazebo — “non sono da imporre sempre e comunque” — lasciando intendere di preferire un processo di selezione più negoziato, in cui il peso specifico di ciascuna forza conti quanto o più dei voti degli iscritti. Una posizione che di fatto depotenzia il vantaggio organizzativo del Pd.
La folla dei pretendenti
Nel vuoto aperto dal dualismo Schlein-Conte si affollano i nomi alternativi. Bettini stesso ne ha citati due: Silvia Salis, vicepresidente del Coni, e Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, è nell’elenco dei “federatori” secondo i rumors, ma si è affrettato a prendere le distanze dai gazebo: “Sono un po’ vecchio, tradizionale, sono attaccato al modello parlamentare della democrazia europea”. Una risposta che suona meno come una posizione di principio e più come un’autodifesa preventiva dall’accusa di coltivare ambizioni mal dissimulate.
Matteo Renzi, prevedibilmente, ha preso la posizione opposta: le primarie sono “una grande festa di popolo”, il rischio divisioni esiste ma l’alternativa — “far decidere a chi?” — è peggio. È una domanda retorica che vale, tuttavia, anche per lui: un eventuale processo partecipato sarebbe il terreno su cui Italia Viva potrebbe pesare oltre la propria consistenza elettorale, portando con sé un pacchetto di voti non trascurabile.
Il risultato di questa ridda di nomi e metodi è il contrario di ciò che il campo largo avrebbe bisogno: un segnale di disordine che un parlamentare vicino alla segretaria ha sintetizzato senza fronzoli: “Così ci facciamo male. Prima o poi qualcuno dovrà dirlo”. Il problema è che chi dovrebbe dirlo — e averne l’autorità — non sembra ancora disposto a farlo.
