Il campo largo festeggia il No e pensa alle Politiche. Schlein e Conte lanciano primarie
Blitz riuscito al referendum, opposizione unita sconfigge la riforma e prepara leader per sfida nazionale.
Elly Schlein e Giuseppe Conte
Il referendum sulla riforma Nordio ha consegnato all’opposizione un segnale di vitalità politica che nessun sondaggio aveva osato quantificare con tale ottimismo. Ma tra il trionfo referendario e la conquista di Palazzo Chigi c’è un abisso che la notte della festa in piazza con la Cgil non può colmare.
Il dato che cambia la partita
Il numero che tiene svegli gli strateghi del centrosinistra non è la percentuale dei “no”, ma quello scarto di quasi tre milioni di voti rispetto alla somma di Pd, M5S e AVS alle politiche del 2022 — ottenuto peraltro con un’affluenza inferiore di circa cinque punti. È un bacino elettorale silenzioso, intermittente, che si mobilita contro qualcosa ma che non necessariamente si riconosce in qualcuno. Schlein lo ammette senza infingimenti: sono persone che “non avevano proprio votato”. Elettori della protesta, non della proposta.
Questa distinzione è il punto cieco della coalizione. Un referendum è uno strumento perfetto per aggregare il dissenso diffuso: basta un “no”, non serve un programma, né un leader, né una sintesi identitaria. Le elezioni politiche sono esattamente l’opposto. Chiedono tutto ciò che il referendum non richiede.
La piazza unita, i palchi divisi
Significativo — e rivelatore — che i leader dell’opposizione abbiano scelto di commentare il risultato ciascuno dalla propria sede di partito, per poi ritrovarsi in piazza solo alla festa della Cgil. Un’immagine che vale più di molte analisi: il campo largo esiste come somma di parti distinte, non ancora come soggetto politico unitario.
Fratoianni lo sa e lancia subito l’avvertimento: “Sbagliare ora sarebbe imperdonabile”. È il j’accuse preventivo di chi conosce i vizi atavici della sinistra italiana: la tendenza a trasformare ogni vittoria in una resa dei conti interna.
La bomba a orologeria si chiama Conte
Ed è puntuale, quasi con crudele precisione tattica, che Giuseppe Conte scelga proprio la notte del trionfo per aprire il vaso di Pandora delle primarie. Non primarie qualunque, però: “aperte ai cittadini”, non agli apparati. Una formula che suona inclusiva ma che nasconde un calcolo preciso. Conte sa di essere debole nei circoli, forte nei sondaggi di gradimento popolare. Le primarie aperte sono il terreno su cui il leader del M5S può competere ad armi pari — o quasi — con la macchina organizzativa del Pd.
La reazione a microfoni spenti di un parlamentare democratico — “non riusciamo mai a goderci una vittoria” — fotografa lo stato d’animo di un partito che si trova a gestire un successo trasformato istantaneamente in una complicazione. Schlein risponde con la sua consueta tattica del non-affondo: disponibile alle primarie, ma nessuna accelerazione, si discuterà insieme. È il linguaggio di chi vuole guadagnare tempo senza sembrare che lo stia facendo.
La vera posta in gioco: chi guida il campo?
Il nodo irrisolto della coalizione resta la leadership. E le primarie, se mai si faranno, non saranno l’incoronazione rituale di un candidato già designato — come fu per Prodi o per Bersani nei cicli precedenti. Questa volta la competizione potrebbe essere reale, con esiti genuinamente imprevedibili. Se i centristi — e Renzi ha già lasciato intendere di potersi candidare — dovessero presentare un proprio nome, lo scenario diventa un laboratorio politico senza precedenti nell’Italia repubblicana recente.
Va da sé che la strada delle primarie chiuderebbe de facto la finestra del congresso anticipato del Pd, opzione che alcuni fedelissimi della segretaria continuavano a coltivare come assicurazione sulla vita.
Governo Meloni: ko tecnico, non al tappeto
Sul fronte opposto, la sconfitta referendaria è una ferita politica, ma non necessariamente una crisi sistemica. Il centrodestra mantiene la maggioranza parlamentare, e la riforma Nordio — pur bocciata — non era il cuore dell’agenda di governo. La domanda più interessante riguarda ora la legge elettorale: dopo una sconfitta referendaria pesante, il centrodestra avrà meno spazio di manovra per imporre un sistema che avvantaggi la coalizione uscente. Il “tesoretto” referendario dell’opposizione è reale. Ma i tesori, nella storia politica italiana, hanno la cattiva abitudine di dissolversi prima che si arrivi alla cassa.
