Il conto presentato a Santanché e la solitudine di chi cade senza rete

Saniela Santanchè e Giorgia Meloni

Saniela Santanchè e Giorgia Meloni

Ci sono cadute che si preparano per mesi e cadute che si consumano in ventiquattr’ore. Quella dell’oramai nimistro Daniela Santanché appartiene alla prima categoria, anche se ha avuto la violenza improvvisa della seconda.

La premier Giorgia Meloni era partita per il Nord Africa con un’agenda energetica sul tavolo — gas, forniture, il “rafforzamento dei rapporti” con Tebboune che in gergo diplomatico significa semplicemente: assicurarsi che i rubinetti restino aperti. Si è ritrovata a gestire da remoto la resa dei conti con la sua stessa ministra. Cinque ore ad Algeri, qualcuna in più del previsto, nessun punto stampa al rientro. Non per riserbo istituzionale, ma perché la vicenda non era ancora matura. Raramente la geografia di una giornata racconta così bene le sue contraddizioni: la premier che tratta gas a sud del Mediterraneo mentre a Roma brucia qualcos’altro.

Gli attori

Fratelli d’Italia ha costruito la sua fortuna elettorale sull’immagine della compattezza — quasi una virtù militare, prima ancora che politica. Meloni ha incrinato quella superficie in modo deliberato e pubblico, pretendendo le dimissioni sotto i riflettori, lavando i panni sporchi in piazza. Una scelta che ha un costo reputazionale interno evidente, ma che evidentemente valeva più del silenzio. Il messaggio al partito era altrettanto netto del messaggio a Santanché: nessuno è al riparo, nemmeno chi porta il simbolo cucito addosso da vent’anni.

Santanché, dal canto suo, ha opposto l’unico argomento rimastole: il sacrificio. “Questa è la mia vita politica, sociale ed economica, non potete togliermela”. È la difesa più fragile che esista in politica, perché presuppone che all’interlocutore importi. Non importava. Non importava da tempo.

La dinamica

Il dettaglio più rivelatore dell’intera vicenda sta in una riga sola: “da tempo la ministra era avvertita dai meloniani come un corpo estraneo”. Cortina, Milano Marittima, le uscite sopra le righe — una cifra stilistica tollerata finché produceva consenso, diventata ingombrante nel momento in cui ha cominciato a produrre processi. Santanché non è caduta per le inchieste giudiziarie in sé. È caduta perché non aveva più nessuno disposto a coprirla: né la premier, né gli alleati di governo, né — alla fine — la propria delegazione parlamentare, già pronta a fare il pollice verso in pubblica piazza.

La nota di dimissioni trasformata in arringa, densa di recriminazioni e sassolini, ha irritato perfino i compagni di partito. Probabilmente anche Meloni. C’è un galateo della sconfitta che in politica vale quanto quello della vittoria. La Santa lo ha ignorato fino in fondo, e ha pagato anche quello.

Le prospettive

Il successore dirà molto sulla traiettoria del governo. Se prevarrà la logica della continuità interna — Caramanna, Malan, Sallemi — Meloni avrà chiuso la partita in casa propria, rafforzando la presa su un ministero che FdI considera strategico. Se si guarderà fuori — Malagò, Zaia — il segnale sarà diverso: un’apertura verso profili più istituzionali, forse persino un gesto verso la Lega, che in tutta questa vicenda ha osservato in silenzio, con la pazienza di chi sa già come finiscono queste storie.

Una cosa, intanto, è già scritta. Giorgia Meloni esce dalla settimana con un governo più suo di prima. E con una crepa nel muro di FdI che nessuna nota stampa — nemmeno quella del capogruppo Malan, col suo sobrio gesto di responsabilità che apprezziamo — potrà rituccare del tutto. I telefoni, a un certo punto, tornano a squillare. Ma non sono mai gli stessi di prima.