Il crollo di Zenica spegne le ambizioni mondiali e condanna l’Italia a un’assenza dodicennale senza precedenti
I calci di rigore in Bosnia sanciscono ieri sera l’eliminazione degli uomini di Gattuso, rimasti in dieci per l’espulsione di Bastoni, impedendo alla Federazione di partecipare alla rassegna iridata prevista nel Nord America per ragioni di tenuta psicologica e tecnica.
Moise Kean esulta dopo il gol (foto x.com/Azzurri)
L’Italia del calcio sprofonda ancora una volta nel vuoto di una mancata qualificazione mondiale, la terza consecutiva, perdendo a Zenica contro la Bosnia. Nonostante il vantaggio iniziale di Kean, l’espulsione di Bastoni ha stravolto l’equilibrio tattico, consegnando la gara a un assedio bosniaco culminato nel pari di Tabakovic. Gli errori dal dischetto di Esposito e Cristante hanno infine certificato un fallimento che non è solo tecnico, ma sistemico.
L’illusione iniziale e il rosso fatale
La partita inizia sotto i migliori auspici per la squadra di Gattuso, capace di aggredire gli spazi e capitalizzare l’incertezza della difesa bosniaca. Al 15′ Moise Kean sfrutta un’incertezza del portiere avversario in fase di costruzione e deposita in rete con un destro chirurgico dal limite dell’area. Il controllo del match appare saldo, la manovra fluida. Tuttavia, l’inerzia si spezza bruscamente al 41′ quando Bastoni, nel tentativo di arginare una ripartenza di Memic, interviene con un ritardo colpevole.
L’arbitro non ha dubbi: espulsione diretta e Italia costretta a giocare in dieci uomini per oltre un’ora. Da quel momento, la gestione della fatica e degli spazi diventa l’unico obiettivo di una Nazionale che inizia a mostrare le prime crepe nervose, subendo la pressione crescente di uno stadio diventato improvvisamente una bolgia. Il vantaggio minimo si trasforma in una trincea difficile da difendere sotto i colpi di una Bosnia consapevole della propria superiorità numerica e fisica in mezzo al campo.
La resistenza azzurra e il pareggio
Nella ripresa, l’Italia tenta di compattarsi in un 4-4-1 di sacrificio, cercando nella velocità di Kean l’episodio per chiudere definitivamente i conti. Al 60′ l’attaccante della Fiorentina ha sui piedi la palla del raddoppio in contropiede, ma la lucidità manca nel momento decisivo davanti all’estremo difensore bosniaco. Errore grave, che infonde ulteriore coraggio ai padroni di casa. La spinta bosniaca si fa asfissiante e trova il suo epilogo naturale al 79′ quando Dzeko impegna Donnarumma con un colpo di testa imperioso.
Sulla respinta del portiere, Tabakovic è il più lesto a ribadire in rete per l’1-1. Il pareggio trascina la sfida ai tempi supplementari, dove la stanchezza azzera le distanze tecniche residue. Donnarumma si erge a baluardo su Tahirovic, mentre Esposito manca di un soffio il colpo del ko con un’incornata che lambisce il palo. È l’ultimo sussulto di una squadra ormai sfinita, che si trascina verso l’inevitabile verdetto dei rigori, consapevole che la storia recente non sorride ai nostri colori nelle notti di massima tensione.
Il fallimento definitivo dal dischetto
La sequenza dagli undici metri rivela la diversa caratura psicologica delle due formazioni in campo. La Bosnia è implacabile: Tahirovic, Tabakovic, Alajbegovic e Bajraktarevic trasformano con freddezza glaciale i rispettivi tentativi, leggendo perfettamente i movimenti di Donnarumma. Sul fronte italiano, la pressione diventa un macigno insostenibile. Se la precisione è mancata nei novanta minuti, dal dischetto si trasforma in errore fatale.
Esposito fallisce il bersaglio, ma è il tiro di Cristante sulla traversa a scrivere la parola fine su una rincorsa durata quattro anni. Il 4-1 finale nella serie dei rigori è una sentenza che non ammette appelli né recriminazioni arbitrali. Per la terza volta consecutiva, l’Italia guarderà il Mondiale dal divano di casa, vittima di una mediocrità che il gol iniziale di Kean aveva soltanto temporaneamente mascherato. La festa è tutta della Bosnia, che accede per la prima volta a una fase finale iridata, lasciando agli Azzurri le macerie di un progetto tecnico che Gattuso non è riuscito a risollevare dai fantasmi del passato recente.
