Il discorso di Trump sull’Iran: vittorie annunciate, trattative negate da Teheran e silenzio eloquente sulla Nato
A più di un mese dall’inizio del conflitto, il presidente rassicura l’opinione pubblica americana con una tempistica ottimistica, mentre l’intelligence Usa avverte che l’Iran non intende fare concessioni decisive.
Donald Trump
Donald Trump ha tenuto nella serata di ieri un discorso alla nazione sulla guerra contro l’Iran, volutamente contenuto nei tempi — appena 19 minuti, cifra insolita per un presidente che raramente rinuncia al palcoscenico — ma denso di affermazioni destinate a fare discutere. Il presidente ha rivendicato i successi militari, ha promesso la fine del conflitto entro tre settimane e ha provato a rispondere alle critiche interne sull’opportunità e sui costi della campagna. Il risultato è stato un discorso che oscilla tra la retorica trionfale e l’ammissione implicita che la guerra è più complicata di quanto l’amministrazione avesse previsto.
Successi militari e tempistica ottimistica
Sul piano militare, Trump si è detto soddisfatto dell’andamento delle operazioni. I sistemi missilistici e di droni iraniani sono stati “drammaticamente ridotti”, le infrastrutture di produzione bellica colpite con precisione. La narrativa è quella di una campagna chirurgica e efficace. Più sorprendente è stata la precisione con cui il presidente ha indicato la fine del conflitto: “Nelle prossime due o tre settimane, li riporteremo all’età della pietra, dove appartengono”. È una promessa ad alto rischio. Fissare scadenze in tempo di guerra significa consegnare all’opinione pubblica — e agli avversari — un parametro preciso con cui giudicare l’operato dell’amministrazione.
Per smorzare le preoccupazioni sui costi umani ed economici, Trump ha fatto ricorso a una tecnica argomentativa familiare: la prospettiva storica. Ha citato la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, il Vietnam, la Corea, l’Iraq. Il messaggio implicito è che rispetto a quei precedenti il conflitto in corso è quasi una schermaglia. “È molto importante che teniamo questo conflitto in prospettiva”, ha detto, definendo la campagna “un vero investimento nel futuro dei vostri figli e dei vostri nipoti”. È la grammatica del nazionalismo securitario: trasformare un conflitto costoso in un sacrificio necessario per le generazioni future.
Negoziati in sospeso, Teheran smentisce
Il punto più opaco del discorso riguarda la diplomazia. Trump ha detto che “le discussioni sono in corso”, lasciando aperta una porta negoziale. Ma la realtà sul campo racconta una storia diversa: l’Iran ha esplicitamente smentito l’esistenza di trattative dirette con Washington. Le agenzie di intelligence americane, dal canto loro, ritengono che Teheran sia disposta a mantenere aperti i canali di comunicazione secondari, ma non intenda fare concessioni decisive nell’immediato. In questo quadro, la vaghezza di Trump non è diplomazia: è ambiguità che serve a tenere aperte le opzioni senza impegnarsi su nessuna.
La stessa ambiguità si riflette nel tono del discorso, che ha oscillato tra l’annuncio di una possibile chiusura negoziata e la promessa di una intensificazione delle operazioni militari. Sono due linee difficilmente conciliabili, e il fatto che Trump le abbia esposte una dopo l’altra senza soluzione di continuità dice molto sullo stato della strategia americana.
Il silenzio sulla Nato e la questione nucleare
Due assenze nel discorso meritano attenzione quanto ciò che è stato detto. La prima: Trump, che solo poche ore prima aveva rilasciato dichiarazioni minacciose su un possibile ritiro degli Stati Uniti dalla NATO — suscitando allarme anche tra alcuni repubblicani — non ha fatto alcun riferimento all’argomento durante il discorso televisivo. Una omissione che potrebbe essere letta come una parziale marcia indietro, oppure come una tattica deliberata per non consumare capitale politico su un fronte ancora caldo.
La seconda assenza riguarda il dossier nucleare. Trump non ha annunciato alcuna missione per estrarre l’uranio altamente arricchito custodito sotto il sito di Isfahan, obiettivo su cui a lungo si era discusso nei circoli dell’amministrazione. Ha invece assicurato che i siti sono stati colpiti così duramente da rendere il materiale inaccessibile per mesi, e che i satelliti americani li monitoreranno con ordini di colpire in caso di tentativi di recupero. È una soluzione di vigilanza permanente che non risolve il problema, ma lo congela.
Lo Stretto di Hormuz e il paradosso energetico
Sul tema più direttamente legato alle tasche degli americani, Trump ha adottato una postura che rischia di rivelarsi insostenibile. Di fronte alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ha ripetuto che “non è un problema americano”, invitando i paesi importatori di petrolio del Golfo a farsi carico della pressione sull’Iran.
Ha aggiunto che gli Stati Uniti “non hanno bisogno” di quel petrolio. Sul piano tecnico, è un’affermazione corretta: le importazioni americane dal Golfo sono marginali. Sul piano economico, è fuorviante. I prezzi del greggio sono determinati dai mercati globali, e qualsiasi riduzione dell’offerta mediorientale si traduce in rincari alla pompa per i consumatori americani, indipendentemente dall’origine geografica del carburante. È una contraddizione che Trump ha scelto di non affrontare, e che i suoi critici — compresi quelli interni al Partito Repubblicano — non mancheranno di sottolineare nelle prossime settimane.
