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Il Dna di Leonardo tra le pennellate: la sfida per autenticare i capolavori

Un team internazionale di ricercatori ha individuato tracce genetiche riconducibili alla stirpe dei da Vinci su un disegno rinascimentale e antichi documenti di famiglia. La scoperta, pubblicata su bioRxiv e approfondita da Science Magazine, apre scenari inediti nell’autenticazione delle opere d’arte attraverso l’analisi del materiale biologico. L’aplogruppo E1b1b, lignaggio genetico radicato in Toscana, potrebbe rappresentare la “firma biologica” del genio rinascimentale.

New York, aprile 2024. In una collezione privata, il genetista microbico Norberto Gonzalez-Juarbe si trova davanti al Sacro Bambino, disegno a sanguigna acquistato nei primi anni Duemila dal mercante Fred Kline. L’attribuzione è incerta: alcuni esperti riconoscono la mano di Leonardo, altri ipotizzano un allievo. Con un tampone sterile, simile a quelli usati per i test Covid, il ricercatore preleva delicatamente materiale dalla superficie del disegno. È l’inizio di quella che oggi viene definita “arteomica”: l’incontro tra storia dell’arte, biologia e sequenziamento genetico.

I risultati preliminari sorprendono la comunità scientifica. Dal Sacro Bambino e da alcune lettere del XV secolo scritte da un parente maschio di Leonardo emergono sequenze di DNA, comprese porzioni del cromosoma Y. Appartengono all’aplogruppo E1b1b, oggi diffuso in Europa meridionale, Nord Africa e Medio Oriente, ma compatibile con una linea maschile originaria della Toscana, dove Leonardo nacque nel 1452.

La firma genetica dei da Vinci tra Toscana e Amboise

Il confronto tra il materiale genetico rinvenuto sull’opera e quello proveniente dalle lettere familiari suggerisce una possibile parentela. Ma gli stessi ricercatori del Leonardo da Vinci DNA Project (LDVP), consorzio internazionale che coordina le ricerche, invitano alla massima prudenza. “Stabilire un’identità inequivocabile è estremamente complesso”, spiega il genetista Charles Lee, che ha partecipato alle analisi. Il problema è duplice: Leonardo non ebbe figli e i suoi resti, sepolti ad Amboise, andarono dispersi durante i tumulti del XIX secolo.

David Caramelli, antropologo e specialista di DNA antico dell’Università di Firenze, parla di un risultato promettente ma lontano da una prova definitiva. Per ovviare alla mancanza di un termine di paragone diretto, il team sta sequenziando il DNA dei discendenti viventi per linea paterna e analizzando i resti recuperati dalle tombe di famiglia in Toscana. L’obiettivo è ambizioso: trovare le cellule epiteliali del Maestro mescolate ai pigmenti. Leonardo, infatti, amava sfumare i colori direttamente con le dita.

Quando la contaminazione diventa prova scientifica

Jesse Ausubel, scienziato della Rockefeller University, sottolinea come questo approccio cambi radicalmente la conservazione dei beni culturali. “Quelle che un tempo erano considerate semplici contaminazioni da pulire, oggi sono diventate prove preziose”. Gli oggetti storici accumulano nel tempo DNA ambientale: tracce lasciate da chi li ha creati, toccati, restaurati o semplicemente maneggiati. La grande sfida è riuscire a estrarre queste informazioni senza danneggiare le opere e senza introdurre nuove contaminazioni.

I ricercatori hanno sviluppato un metodo di tamponamento estremamente delicato per raccogliere materiale biologico. Hanno estratto piccole quantità di DNA che hanno fornito informazioni utili, anche se frammentarie. “Abbiamo recuperato miscele eterogenee di DNA non umano”, si legge nello studio pubblicato su bioRxiv, “e, in un sottoinsieme di campioni, segnali sparsi di DNA umano specifico maschile”. Le sequenze del cromosoma Y, trasmesse quasi invariate da padre in figlio, offrono la tracciabilità necessaria per ricostruire un lignaggio attraverso i secoli.

Tra entusiasmo scientifico e resistenze culturali

Non mancano le resistenze nel mondo accademico. Domenico Laurenza, storico dell’arte dell’Università di Cagliari, mette in guardia dal rischio di ridurre il genio di Leonardo a una questione genetica. “Tendo a spiegare Leonardo come il prodotto di un contesto culturale ed economico favorevole”, afferma. L’attribuzione di un’opera, secondo i metodi tradizionali, si basa sull’occhio esperto degli storici dell’arte: stile, pennellata, materiali, confronti iconografici.

Il DNA, secondo i promotori dell’arteomica, non sostituisce il giudizio degli esperti ma lo integra. Se lo stile e la tecnica restano fondamentali, l’analisi genetica potrebbe offrire quella “impronta vivente” capace di distinguere un originale da una copia d’epoca in modo oggettivo. Altri ricercatori guardano oltre: identificare il DNA di Leonardo potrebbe offrire indizi su tratti biologici che hanno contribuito alla sua straordinaria capacità visiva e cognitiva.

La strada verso nuove scoperte passa per i custodi delle opere

Incoraggiati dai primi risultati, gli scienziati del LDVP sperano ora di convincere i custodi delle opere e dei quaderni di Leonardo a consentire ulteriori campionamenti. Ogni nuovo prelievo potrebbe avvicinare la scienza alla soluzione definitiva del caso. I dati ottenuti, sebbene indichino anche contributi misti coerenti con la manipolazione moderna e altre fonti, dimostrano la fattibilità di combinare metagenomica e analisi dei marcatori del DNA umano per la scienza del patrimonio culturale.

Lo studio fornisce un flusso di lavoro di base per future indagini sulla provenienza e l’autenticazione. Cinque secoli dopo la sua morte, Leonardo da Vinci continua a essere uno dei personaggi più studiati, discussi e misteriosi della storia dell’arte e della scienza. Il suo DNA non è solo una curiosità scientifica, ma potrebbe diventare la chiave per proteggere l’eredità di uno dei più grandi geni dell’umanità, sottraendo le sue opere alle nebbie dell’incertezza attributiva. La genetica, disciplina nata secoli dopo Leonardo, potrebbe essere lo strumento definitivo per certificare l’autenticità del suo lavoro.

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Redazione