Il dopo-referendum comincia dalla legge elettorale: Meloni vuole blindare la prossima legislatura
Con il centrodestra ancora sotto choc per la sconfitta sulla separazione delle carriere dei magistrati, la presidente del Consiglio sceglie di accelerare sulla riforma del sistema di voto, puntando a una maggioranza che non lasci spazio a governi tecnici o di larghe intese.
Non vuole un Meloni bis, non vuole le elezioni anticipate, ma le evoca come deterrente ogni volta che la coalizione rischia di sfaldarsi. La legge elettorale, incardinata domani alla Camera in Prima commissione, è il cantiere su cui Giorgia Meloni intende costruire la sua vera eredità politica: un sistema di voto che garantisca maggioranze chiare anche nella prossima legislatura, quella che eleggerà il nuovo Capo dello Stato.
E così, domani, al termine della seduta pomeridiana dell’Aula, la commissione Affari Costituzionali della Camera avvierà l’esame delle proposte di legge in materia elettorale. Un atto tecnico, nelle forme. Una mossa politica, nella sostanza. Le proposte depositate sono numerose e trasversali: c’è la pdl 2822 a prima firma Bignami, sottoscritta da Molinari, Barelli, Lupi, Urzì e altri esponenti della maggioranza, assegnata in sede referente il 3 marzo scorso; ci sono poi le proposte a prima firma Magi, Baldino, Di Giuseppe, Pavanelli e Tucci, provenienti dall’opposizione. Un tavolo affollato, ma con un padrone di casa non in dubbio.
Il messaggio agli alleati: niente scherzi
Giorgia Meloni ha dato disposizioni precise sul dossier elettorale. La riforma del sistema di voto è considerata una priorità assoluta per la stabilità del Paese: la prossima legislatura sarà quella che eleggerà il nuovo presidente della Repubblica, e la premier non intende arrivarci con un quadro politico frammentato che apra le porte a governi di larghe intese o, peggio, a esecutivi tecnici. Lo scenario le è intollerabile.
Da qui l’avviso ai naviganti del centrodestra, comunicato con la discrezione tagliente che contraddistingue il suo stile: sulla legge elettorale i numeri ci sono per approvarla, e chi fosse tentato di fare giochi di sponda sappia che le elezioni anticipate — magari in autunno — restano un’ipotesi concreta. Nella Lega non smentiscono. Sono pistole sul tavolo. E il centrodestra è troppo sotto choc, in questo momento, per raccoglierle.
Una coalizione in fibrillazione
Matteo Salvini tace. Da giorni parla il meno possibile, e oggi dovrà affrontare una segreteria politica del Carroccio in un clima tutt’altro che sereno. Antonio Tajani è partito in missione verso l’Ucraina, ma deve tenere d’occhio le voci che arrivano dall’interno di Forza Italia dopo le dimissioni coatte di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato — una ferita ancora aperta nel partito.
Nel quadro del possibile rimpasto, l’ipotesi che rimbalza con maggiore insistenza è quella di Luca Zaia al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), con Adolfo Urso dirottato sulla poltrona lasciata libera da Daniela Santanchè. Il Doge trevigiano non si fa scucire una sillaba. Ma nella Lega il disagio è palpabile: con Giancarlo Giorgetti già all’Economia, un secondo leghista alle Imprese significherebbe intestare al partito l’intera gestione delle scelte economiche più difficili degli anni a venire. Un deputato del Carroccio la sintetizza con amarezza: quando toccherà far trangugiare l’intrangugiabile, sarà facile indicare nei leghisti i responsabili di tutto.
Meloni punta al record, ma evita le urne
La presidente del Consiglio non vuole elezioni anticipate perché coltiva un obiettivo preciso: diventare il presidente del Consiglio più longevo della storia repubblicana. La calcolatrice parla chiaro — 1.255 giorni, terzo posto attuale, a 157 dal record del Berlusconi II. Un traguardo a portata di mano, a patto di non inciampare.
Sul fronte dei provvedimenti urgenti, il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili sui carburanti. Torna l’ipotesi di un bonus benzina per le famiglie meno abbienti o di sgravi settoriali. La misura in vigore è costata 600 milioni di euro senza produrre benefici tangibili per i cittadini: “Va rivista”, anticipano dal ministero dell’Economia, con quella franchezza che di solito prelude a decisioni già prese.
Francesco Lollobrigida, ministro di Fratelli d’Italia, ha scelto i margini del primo Forum della cucina italiana — promosso da Bruno Vespa — per escludere formalmente le elezioni anticipate: “Non mi risultano”, ha detto, aggiungendo però che “aggiustamenti di direzione, ove necessari” sono “per tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia”. E, quasi per inciso: “Se dovesse servire, il mio posto è sempre a disposizione”. Un’offerta di fedeltà che vale quanto un segnale di disponibilità.
Nel frattempo, il deputato di FdI Gianluca Caramanna — consigliere politico di Santanchè fino all’ultimo — è tornato a Roma dopo la trasferta al Cpac di Dallas. Chissà che non faccia un salto al ministero. Peccato che la ministra, nel frattempo, si sia già dimessa.
