Il fumo è uscito piano, quasi con discrezione, dal bordo della cupola. Qualcuno lo ha notato, ha chiamato i soccorsi, e quando i vigili del fuoco sono arrivati in via Chiaia la situazione era già, nelle parole del comandante Giuseppe Paduano, “compromessa”. Quello che seguiva era prevedibile e al tempo stesso irreversibile: il Teatro Sannazaro di Napoli, centocinquant’anni di storia della scena italiana compressi in una sala di quattro ordini di palchi, bruciava dall’interno.
La cupola è crollata sulla platea. Un palchetto ha ceduto durante le operazioni di spegnimento, ferendo due caschi rossi trasportati poi in ospedale per accertamenti. Le fiamme si sono propagate ai depositi sul retro, a ventiquattro unità abitative adiacenti, ai corridoi interni che collegano il teatro agli edifici circostanti — una complessità edilizia che ha reso ogni manovra più lenta, più pericolosa, più incerta. In totale, sessanta persone sono state evacuate. Otto hanno ricevuto cure: quattro sul posto, quattro trasferite agli ospedali Vecchio Pellegrini e Fatebenefratelli per intossicazione da fumo. Via Chiaia, asse pedonalizzato tra i più frequentati del centro borghese napoletano, è stata chiusa a partire dal ponte. L’aria nel quartiere è diventata irrespirabile.
Il prefetto di Napoli Michele di Bari ha convocato immediatamente il Centro Coordinamento Soccorsi. Attorno al tavolo: l’assessore regionale alla protezione civile Fiorella Zabatta, il direttore della Asl Napoli 1 Centro Gaetano Gubitosa, il direttore dell’Arpac Dario Mirella, i rappresentanti del Comune, dei Vigili del fuoco, dei servizi idrici e di distribuzione energetica, le forze dell’ordine. Enel ha sospeso in via cautelativa l’erogazione di energia elettrica nell’area. L’Arpac ha installato una centralina per il monitoraggio della qualità dell’aria. La protezione civile comunale è scesa in strada per assistere gli sfollati.
Paduano, in aggiornamenti successivi, ha precisato lo stato delle operazioni con la sobrietà tecnica di chi conosce la differenza tra l’incendio e le sue braci: “Le fiamme nel teatro sono state domate, ma restano focolai attivi in due appartamenti, uno al secondo piano e uno al quarto”. L’interno della sala è ancora irrespirabile. Le ispezioni non sono possibili. “Ci sarà modo e tempo”, ha detto il comandante, “per approfondire la natura del rogo”.
La procura di Napoli ha aperto un fascicolo per incendio doloso a carico di ignoti. È un atto dovuto, non ancora una conclusione. Il sindaco Gaetano Manfredi ha assunto un tono più prudente: “Si pensa a un fatto accidentale. Però è ancora presto per definire esattamente l’origine”. Le operazioni di smassamento e messa in sicurezza — che riguardano il teatro, gli esercizi commerciali e gli appartamenti connessi allo stabile — non consentono ancora i rilievi necessari a stabilire il punto di innesco. L’incendio, insomma, non ha ancora una storia.
Tra le prime a raggiungere il luogo del disastro c’era Lara Sansone, attrice e nipote di Luisa Conte, erede diretta di una gestione familiare che dura dal 1964. Il teatro le appartiene per nascita e per scelta.
Il Sannazaro era, nel vocabolario affettuoso di Napoli, “la bomboniera”: piccolo, prezioso, carico di ori e stucchi. Costruito nel 1874 su progetto di Fausto Nicolini nell’area di un antico chiostro — quello dei padri Mercenari Spagnoli, attiguo alla chiesa di Sant’Orsola a Chiaia — aveva quattro ordini di palchi e la pretesa, giustificata, di essere qualcosa di più di una semplice sala. Fu il primo teatro italiano illuminato da luce elettrica, nel 1888. Sui suoi palcoscenici si erano esibite Eleonora Duse ed Emma Gramatica.
Poi era arrivato il declino: negli anni Trenta era diventato anche cinema per pellicole di seconda fascia. Nel 1964 Luisa Conte — attrice di rango, compagna di scena di Eduardo De Filippo — lo aveva rilevato insieme al marito Nino Veglia, ristrutturato e restituito alla città la sera del 12 novembre 1971 con la compagnia stabile di Veglia. Da allora, la famiglia non aveva mai mollato. Ora l’interno è “tutto imploso”, nelle parole del comandante dei caschi rossi. La platea che aveva accolto i grandi della prosa italiana giace sotto le macerie della cupola.
Dal Comune di La Spezia, dove partecipava a una cerimonia per l’ingresso della città nella Rete delle Città Creative dell’Unesco, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha affidato ai presenti una promessa: “La piccola grande bomboniera di Napoli tornerà splendida com’era prima. Ve lo prometto”. Una dichiarazione d’intenti, non ancora un impegno finanziario. La distanza tra le due cose, a Napoli, è spesso più lunga di quanto appaia.