C’è un’ironia silenziosa nel fatto che, mentre i negoziatori di tre nazioni si siedono attorno a un tavolo per discutere di pace, i radar ucraini traccino nella stessa notte quasi quattrocento droni in arrivo da est. La città sul Lemano ha ospitato, in un solo giorno, le speranze più fragili e le contraddizioni più crude di questa guerra. Eppure i lavori si sono aperti, e questo, nell’economia della diplomazia, non è poco.
La delegazione ucraina si è presentata con una postura deliberatamente sobria. Rustem Umerov, capo delegazione di Kiev, ha scelto di comunicare in anticipo l’assenza di aspettative eccessive: una mossa che è, al tempo stesso, cautela tattica e premessa negoziale. Non si promette ciò che non si può garantire. Il messaggio è rivolto tanto all’opinione pubblica ucraina quanto agli interlocutori al tavolo: Kiev tratta, ma non si illude, e non intende essere accusata di ingenuità.
Sul fronte russo, la linea è quella del silenzio istituzionale. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha risposto ai giornalisti con una precisione quasi burocratica: nessun commento fino alla chiusura dei lavori, nessun annuncio, nessun piano da comunicare. “Non credo che dovremmo aspettarci novità oggi”, ha dichiarato, aggiungendo che i lavori proseguiranno il giorno successivo. È il linguaggio di chi vuole preservare margini di manovra, evitare fughe di notizie e, soprattutto, non vincolarsi in pubblico prima di aver sondato il terreno in privato.
Il quadro che emerge dalle fonti russe sull’agenda dei colloqui è, sotto questo profilo, rivelatore. Il confronto verterà “principalmente su questioni territoriali, militari, politiche e, soprattutto, economiche”. Quell’avverbio — “soprattutto” — non è casuale. Laddove l’intesa politica appare strutturalmente lontana, l’intermediazione americana sembra puntare su possibili convergenze di ordine economico: infrastrutture, risorse naturali, sblocco di corridoi commerciali. È la logica degli interessi materiali contrapposta all’impasse dei principi. Non è una soluzione, ma può essere un primo gradino.
Mentre le delegazioni si insediavano a Ginevra, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky rendeva noti i numeri dell’attacco notturno: ventinove missili di varia tipologia, compresi razzi balistici, e quasi quattrocento droni lanciati contro dodici regioni del Paese. È uno degli attacchi più massicci degli ultimi mesi. La scelta di Mosca di concentrare uno sforzo militare di tale entità proprio nella notte che precede l’apertura dei colloqui non è un dato neutro. Può essere letta come pressione, come dimostrazione di forza o, più semplicemente, come la continuazione di una logica bellica che procede indipendentemente da qualsiasi tavolo diplomatico.
Le conseguenze più gravi si sono registrate in due punti distanti geograficamente ma accomunati dalla stessa brutalità. A Sloviansk, nell’est del Paese, un attacco con droni ha ucciso tre dipendenti di una centrale termoelettrica: operai, non soldati. Ad Odessa, sul Mar Nero, decine di migliaia di persone si sono ritrovate senza riscaldamento e senza acqua in pieno inverno. Sono questi i termini reali della guerra: non le mappe, non le percentuali di territorio, ma il freddo nelle abitazioni e i morti sul posto di lavoro.
Il paradosso di Ginevra è tutto qui. I negoziatori parlano di “ampia gamma di aspetti legati alla sicurezza”; nel frattempo, la sicurezza di chi abita a Sloviansk o a Odessa vale meno di un drone da ricognizione. La diplomazia ha i suoi tempi, la guerra ha i suoi. E i due calendari, per ora, non coincidono.