APERTURA

Il Pentagono frena la Casa Bianca su rischi di guerra aperta contro l’Iran. Ma Trump valuta l’offensiva

La prudenza è la virtù dei forti, ma nel perimetro del Pentagono è, anzitutto, un dovere d’ufficio. Mentre il dispositivo bellico statunitense in Medio Oriente raggiunge livelli di concentrazione che non si vedevano dai tempi dell’invasione dell’Iraq, i vertici militari hanno deposto sulla scrivania di Donald Trump un rapporto dai toni inequivocabili. Il documento, filtrato attraverso le colonne del Wall Street Journal, non è un atto di insubordinazione, bensì una fredda analisi dei costi e dei benefici. Il generale Dan Caine, figura di riferimento dello Stato maggiore congiunto, ha tracciato il perimetro di una possibile operazione contro l’Iran, evidenziando come una campagna estesa non rappresenterebbe affatto una passeggiata militare, ma un azzardo logistico e umano.

Valutazioni strategiche dello Stato maggiore

Le opzioni sul tavolo della Casa Bianca sono molteplici e spaziano dall’attacco chirurgico e limitato alla vasta offensiva aerea finalizzata al mutamento del regime di Teheran. Tuttavia, ogni scenario porta con sé il peso di incognite pesanti: la vulnerabilità dei piloti americani, il rischio di rappresaglie missilistiche contro le basi alleate e, non ultimo, il sovraccarico di una macchina bellica già sollecitata su più fronti. La preoccupazione maggiore riguarda la tenuta delle scorte di munizioni di precisione. Consumare l’arsenale nel deserto iraniano significherebbe, secondo i tecnici della difesa, presentarsi disarmati o indeboliti di fronte a un eventuale, e ben più temibile, confronto futuro con la potenza cinese.

Diplomazia e pressione militare congiunta

Nonostante la retorica bellicosa che spesso accompagna le comunicazioni presidenziali sulle reti sociali, il canale della diplomazia resta, seppur flebile, aperto. A Ginevra è previsto un incontro tra i plenipotenziari di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, e i rappresentanti della Repubblica Islamica. L’obiettivo è un nuovo accordo che limiti le ambizioni nucleari e balistiche di Teheran, oltre al sostegno alle milizie regionali. Il Presidente, dal canto suo, smentisce ogni frizione con il generale Caine, descrivendolo come un uomo d’azione pronto al comando. Eppure, la decisione finale resta sospesa tra la ricerca di un successo negoziale e la tentazione di una prova di forza risolutiva.

Limiti tecnici degli arsenali difensivi

Il quadro operativo si scontra con dati numerici ostinati. L’esperienza dello scorso giugno, durante la breve ma intensa guerra dei dodici giorni, ha messo a nudo le fragilità del sistema difensivo integrato. Gli Stati Uniti dispongono di intercettori sufficienti a contrastare le piogge di missili iraniani per un arco temporale non superiore alle due settimane. Oltre tale limite, i sistemi Patriot e Thaad rischierebbero l’esaurimento, lasciando scoperti i centri abitati israeliani e le installazioni americane in Giordania, Kuwait e Arabia Saudita. È una realtà tecnica che impone realismo: la supremazia aerea non garantisce, da sola, l’immunità dalle risposte asimmetriche di un avversario determinato.

Pubblicato da
Maurizio Balistreri