Il piccolo Domenico non potrà ricevere un secondo cuore: la sentenza degli specialisti è definitiva
Un collegio di esperti provenienti da quattro città italiane ha escluso, dopo cinquantasette giorni di attesa al Monaldi di Napoli, qualsiasi possibilità di reintervento per ragioni legate alle condizioni cliniche irreversibili del paziente.
La speranza, in certi casi, ha una scadenza precisa. Per Domenico, due anni, ricoverato al Monaldi di Napoli dall’alba del 23 dicembre, quella scadenza è maturata ieri mattina. L’Heart Team convocato d’urgenza nell’ospedale napoletano ha pronunciato il suo giudizio: le condizioni del bambino non sono compatibili con un nuovo trapianto di cuore. La parola degli specialisti è, per definizione, definitiva. Nessuna alternativa è stata prospettata. Nessun margine è rimasto aperto.
La vicenda di Domenico racchiude in sé tutti gli elementi di una tragedia sanitaria che investe al tempo stesso la medicina, l’etica procedurale e la catena di responsabilità istituzionali. Un organo espiantato a Bolzano, probabilmente danneggiato durante il trasporto, fu innestato nel torace del piccolo paziente nonostante le sue condizioni compromesse. Da oltre cinquanta giorni il bambino sopravvive agganciato all’Ecmo, il sistema di supporto extracorporeo alla funzione cardiaca, che supplisce meccanicamente a ciò che il cuore non riesce più a compiere. Il collegio di esperti giunti da Roma, Padova, Bergamo e Torino ha valutato quella realtà clinica con occhio terzo, incrociando esami strumentali e osservazione diretta al letto del paziente. Il responso non lascia adito a interpretazioni.
La madre e il peso della rassegnazione
«La mamma è rassegnata all’idea che il figlio non ce la farà.» L’avvocato Francesco Petrucci, legale della famiglia, lo dice con la sobrietà di chi ha imparato a misurare le parole davanti all’irreparabile. La donna vede il figlio ancora in vita — gli occhi non si sono chiusi — eppure i migliori specialisti del Paese le hanno comunicato che non vi è spazio per un secondo tentativo. «Non abbiamo motivo di contraddirli», aggiunge il legale, «ma dobbiamo vedere la documentazione.» È una frase che vale quanto una diffida: la famiglia accetta il verdetto medico, ma non rinuncia a capire come si sia arrivati fin qui.
Il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, si è presentato di persona al Monaldi per incontrare la madre. Le ha chiesto scusa — «anche se non è colpa sua», precisa Petrucci — e le ha assicurato che giustizia sarà fatta. Gesti necessari, forse doverosi, certamente insufficienti a colmare il vuoto che si è aperto. La donna ha anche denunciato l’assenza di qualsiasi indicazione alternativa da parte dell’ospedale: nessun percorso parallelo, nessuna opzione comunicata. Solo un documento.
Una nota di cinque righe dopo quasi due mesi
«Una nota di cinque righe dopo cinquantasette giorni non è sufficiente.» L’avvocato Petrucci non usa mezzi termini quando si rivolge all’Azienda ospedaliera dei Colli, cui fa capo il Monaldi. La struttura ha comunicato l’esito del consulto collegiale con un testo sintetico: le condizioni del paziente non sono compatibili con un nuovo trapianto, la direzione strategica ha informato il Centro nazionale trapianti, alla famiglia è stata espressa vicinanza. Una vicinanza, per l’appunto, di cinque righe.
La difformità tra il peso specifico della decisione e la forma con cui è stata trasmessa è il nodo più acuto sollevato dai familiari. Petrucci ha annunciato che la madre ha già richiesto le cartelle cliniche, che saranno sottoposte all’esame di un consulente di parte. «Se è finito il momento della speranza, inizia quello della responsabilità»: una frase che segna il passaggio da una vicenda umana a una vicenda giudiziaria. I due piani, da oggi, coesistono.
Gli ispettori ministeriali e la ricostruzione della catena
Mentre il collegio medico si pronunciava, all’ingresso del Monaldi arrivavano gli ispettori inviati dal Ministero della Salute. Il loro mandato è preciso: acquisire la documentazione relativa al trapianto del 23 dicembre e ricostruire l’intera sequenza degli eventi, dalla segnalazione della disponibilità dell’organo fino all’intervento chirurgico. Lo stesso lavoro dovrà essere svolto a Bolzano, ospedale dal quale il cuore fu espiantato e nel cui percorso verso Napoli si ritiene siano maturate le lesioni che lo hanno reso, di fatto, inutilizzabile.
La domanda centrale che gli accertamenti dovranno rispondere è di natura tecnica e procedurale insieme: chi sapeva, e quando, che l’organo era compromesso? E, soprattutto, chi ha autorizzato il suo utilizzo? Il protocollo dei trapianti prevede verifiche rigorose in ogni passaggio della filiera. Se tali verifiche siano state condotte, e con quale esito, è ciò che la magistratura — cui gli atti ministeriali saranno quasi certamente trasmessi — dovrà stabilire.
Domenico è ancora vivo. La macchina che lo tiene in vita non si è fermata. Ma la medicina ha detto la sua ultima parola, e quella parola non lascia spazio. Quello che rimane è l’accertamento di ciò che è andato storto, e la misura delle conseguenze per chi ne porta la responsabilità.
