“Il tempo stringe”. Trump avverte l’Iran: la flotta è pronta all’attacco. Teheran raccoglie la sfida: “Ricordate Afghanistan e Iraq”
Escalation tra Stati Uniti e Teheran, Trump schiera la portaerei Abraham Lincoln
Donald Trump e Ali Khamenei
La portaerei Abraham Lincoln solca l’Oceano Indiano. Destinazione: acque iraniane. Donald Trump alza il tiro sulla Repubblica Islamica e lo fa con un messaggio inequivocabile: basta tentennamenti, serve un accordo sul nucleare. Subito. Altrimenti sarà intervento militare. Il presidente degli Stati Uniti ha definito il gruppo d’attacco navale dispiegato nella regione un'”armata” pronta a colpire. Dalla capitale iraniana la risposta è secca: nessuna trattativa sotto ricatto, ma disponibilità al dialogo “basato sul rispetto reciproco”. La crisi è arrivata a un punto di non ritorno.
Lo scontro verbale si consuma a distanza. Da una parte Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, che in un’intervista televisiva ha alzato il muro contro le pressioni americane. “Condurre la diplomazia attraverso la minaccia militare non può essere efficace o utile”, ha tagliato corto. Poi ha rincarato: “Se vogliono che i negoziati prendano forma, devono certamente mettere da parte minacce, richieste eccessive e sollevare questioni illogiche”. Il capo della diplomazia di Teheran ha precisato di non aver avuto “alcun contatto” con Steve Witkoff, l’inviato statunitense per il Medio Oriente, e che “l’Iran non ha cercato negoziati”.
Dall’altra parte l’inquilino della Casa Bianca non fa sconti. “Speriamo che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo – NIENTE ARMI NUCLEARI – che sia vantaggioso per tutte le parti”, ha scritto Trump su Truth Social. Poi l’affondo: “Il tempo stringe, è davvero essenziale!”. Il riferimento agli attacchi americani contro obiettivi nucleari iraniani dello scorso giugno è esplicito. E l’avvertimento ancora più chiaro: “Il prossimo attacco sarà molto peggiore”.
Teheran alla Casa Bianca: “Ricordate Afghanistan e Iraq”
A raccogliere il guanto di sfida ci ha pensato la missione iraniana presso le Nazioni Unite. Con un post su X che sa di resa dei conti. “L’ultima volta che gli Stati Uniti si sono lanciati in guerre in Afghanistan e Iraq, hanno sperperato oltre 7.000 miliardi di dollari e perso più di 7.000 vite americane”. Il messaggio prosegue con una doppia apertura: “L’Iran è pronto a un dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci, ma se venisse costretto, si difenderà e reagirà come mai prima d’ora”.
Gli esperti di intelligence e strategia militare non hanno dubbi: sul tavolo della Casa Bianca ci sono già piani operativi dettagliati. Attacchi contro installazioni militari iraniane, raid mirati contro la catena di comando dell’ayatollah Ali Khamenei. Il capo di stato maggiore delle forze armate di Teheran, Habibollah Sayyari, ha lanciato un monito a Washington contro ogni “errore di calcolo”. “Anche loro subirebbero danni”, ha avvertito. Intanto nella capitale iraniana ricompaiono i manifesti di propaganda bellica: in uno si vede l’Iran colpire una portaerei a stelle e strisce.
Schieramento operativo: arriva il velivolo-ponte per le comunicazioni
Lo scacchiere militare americano nel Golfo si arricchisce di un nuovo tassello strategico. È atterrato nella regione un velivolo E-11A, aereo specializzato nelle comunicazioni che collega aerei, navi, droni e unità terrestri attraverso radio e reti dati. Gli addetti ai lavori lo chiamano “Wi-Fi del cielo”: vola ad alta quota, garantisce trasmissioni voce e dati in tempo reale anche dove il contatto diretto è impossibile. Un dispositivo che si impiega quando le operazioni sono imminenti.
Sul fronte diplomatico, l’Iran tenta la carta dei paesi arabi moderati. Dopo la telefonata di martedì tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il principe saudita Mohammed bin Salman, Teheran ha intensificato i contatti con gli alleati regionali di Washington. Ali Larijani, segretario del consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha avuto un colloquio con il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, che ricopre anche l’incarico di ministro degli Esteri. Da Doha filtra sostegno a “tutti gli sforzi volti a ridurre l’escalation e raggiungere soluzioni pacifiche”.
Il Cairo e Ankara mobilitano la diplomazia regionale
Anche l’Egitto scende in campo. Il ministro degli Esteri Badr Abdelatty ha parlato sia con Araghchi sia con Witkoff, battendo sul chiodo della de-escalation: serve “allentare le tensioni” e creare le “condizioni necessarie per riprendere il dialogo tra Stati Uniti e Iran”. Pure la Turchia fa la sua mossa. Hakan Fidan, titolare della Farnesina di Ankara, ha rilasciato dichiarazioni nette ad Al-Jazeera: “È sbagliato attaccare l’Iran. È sbagliato ricominciare la guerra”. L’appello alla Casa Bianca è chiaro: riaprire i colloqui sul dossier nucleare.
Marco Rubio, segretario di Stato americano, prova a gettare acqua sul fuoco ma senza abbassare la guardia. “Spero che non arriviamo alla fase dell’opzione militare con l’Iran”, ha dichiarato. Subito dopo però ha aggiunto: “Dobbiamo essere in grado di rispondere e prevenire un attacco preventivo contro di noi e i nostri alleati in Medio Oriente”. Il quadro tracciato dal capo della diplomazia statunitense non lascia margini di interpretazione: “L’Iran ha la capacità di minacciare le nostre forze in Medio Oriente, ha migliaia di missili balistici nonostante il collasso della sua economia”. La partita è aperta. E il tempo stringe davvero.
