In Ciad decollano caccia francesi, Parigi rischia tutto. Il “chiaro scuro” dell’Eliseo

In Ciad decollano caccia francesi, Parigi rischia tutto. Il “chiaro scuro” dell’Eliseo
28 agosto 2023

Sulla piscina dell’hotel ‘La Tchadienne’ plana il rombo dei caccia. Sono francesi, come i soldati sulle sdraio dell’albergo e i commilitoni in mimetica ai tavoli del disco-pub ‘Perceptions’, non lontano dal Palais présidentiel, sulla riva destra dello Chari, nella capitale N’Djamena. Per partecipare alla serata rock & blues e hip-hop bisogna superare i metal detector all’ingresso del locale. Sono garanzie di sicurezza aggiuntive per i francesi, alleati numero uno di Mahamat Deby Itno: un generale che ha preso il potere alla morte del padre-presidente sospendendo la Costituzione, ma che per Parigi resta dalla parte giusta. A differenza dei militari golpisti del Niger. “Questo è un momento delicato” si confida un diplomatico europeo mentre sulla pista da ballo si fa avanti una coppia dai tratti asiatici. “I francesi hanno investito troppo nel Niger e non possono perderlo; nella regione del Sahel ormai il Ciad è rimasto il loro ultimo baluardo”.

 

La Francia e il Ciad

 

Da quando nel 1960 N’Djamena è divenuta indipendente, nei confronti della sua ex colonia Parigi ha mantenuto una forma di tutela. Il Ciad doveva restare un alleato chiave nella regione del Sahel, sia sul piano politico che su quello militare. La presenza dei soldati francesi è stata una costante. Nel 1986 Parigi lanciò l’operazione ‘Eparvier’ per salvare il presidente Hissene Habré, un golpista che aveva aiutato a prendere il potere e che anni dopo sarebbe stato condannato all’ergastolo da un tribunale panafricano per crimini contro l’umanità. Allora l’intervento francese permise di respingere un’offensiva militare ordinata dal colonnello libico Muammar Gheddafi: fu la cosiddetta “guerra delle Toyota”, con i pickup con le mitragliatrici sul pianale di carico a sfidarsi nel Sahara.

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L’ultimatum all’ambasciatore

 

Un altro golpe, quello del 1990 di Idriss Deby Itno, il padre dell’attuale generale-presidente, era stato messo a segno senza che Parigi si opponesse. In seguito, nel 2008 e nel 2019, i servizi di intelligence e i bombardamenti francesi avevano bloccato la strada alle colonne dei ribelli che minacciavano N’Djamena. Il golpe del 26 luglio in Niger ha seguito quelli in Mali e in Burkina Faso e non è stato il primo colpo al sistema di alleanze di Parigi. Uno di troppo, forse: ed è con un’iniziativa guidata dai Paesi più vicini ai francesi che la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas/Cedeao) minaccia un intervento militare nel caso a Niamey non sia ripristinata la legalità costituzionale. La tensione è alta e, conferma il diplomatico, “ai militari prudono le mani”: proprio oggi scade l’ultimatum rivolto dalla giunta perché l’ambasciatore di Parigi lasci il Niger.

 

L’ultimo baluardo di Parigi

 

Mohamed Bazoum, il presidente deposto dai golpisti di Niamey, era alleato di riferimento dei francesi. Era fondamentale sia per la stretta sui migranti in transito verso l’Europa, sancita da leggi ad hoc, sia sul piano energetico, perché continuava ad assicurare le esportazioni dell’uranio nigerino destinate alle centrali nucleari d’Oltralpe. Di stanza a Niamey i francesi hanno circa 1300 militari. Fonti informate a N’Djamena riferiscono che parte di queste forze stanno già convergendo verso in Ciad: l’ultimo baluardo di Parigi nel Sahel. “Con i loro droni in partenza dalla provincia del Lago”, è una delle analisi, “i francesi sono pronti a fornire informazioni di intelligence a supporto di un’azione che non effettuerebbero direttamente ma che sarebbe guidata da Senegal, Costa d’Avorio, Benin e Nigeria”.

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I caccia in decollo

 

I caccia in decollo a N’Djamena partono da Camp Kosseï, la base francese nella capitale. Nel 2021 i militari di stanza erano 800. Con la crisi nigerina, il loro numero potrebbe aumentare. Anche perché la famiglia Deby è una garanzia: negli anni scorsi l’esercito del Ciad ha partecipato con Parigi a operazioni militari contro gruppi armati di matrice islamista anche nella zona della “triplice frontiera”, al confine tra Mali, Burkina Faso e Niger. Nubi cariche di pioggia preannunciano un temporale e a N’Djamena l’atmosfera è come sospesa. I taxisti evitano volontieri la direttrice che passa davanti a place de la Nation, dove si trova il Palais présidentiel.

 

L’Europa non ci sta

 

“Meglio non rallentare e soprattutto non scattare foto con il cellulare”, spiega il conducente di una vecchia Peugeot: “E’ accaduto che i soldati di guardia sparassero”. Non lontano dalla piazza, nell’ottobre scorso, dopo la scomparsa di Deby padre, manifestanti avevano sfilato denunciando una trasmissione del potere per via ereditaria e chiedendo il rispetto delle norme costituzionali. I militari avevano aperto il fuoco uccidendo, secondo fonti della società civile, decine di persone. Quest’anno, per aver criticato la condotta dei soldati e del governo del Ciad, l’ambasciatore tedesco Jan-Christian Gordon Kricke è stato espulso dal Paese. Una scelta definita “deplorevole” dall’Unione Europea ma sulla quale la Francia non si è espressa in modo diretto. Dire

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