Iran, 648 morti accertati nelle proteste. Teheran insulta Trump ma gli parla in segreto

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Almeno 648 manifestanti sono stati uccisi in Iran nella repressione del movimento di protesta che ha scosso la Repubblica islamica. Lo certifica Iran Human Rights (Ihr), organizzazione con sede in Norvegia, avvertendo che il bilancio effettivo potrebbe essere molto più alto. “La comunità internazionale ha il dovere di proteggere i manifestanti civili dalle uccisioni di massa”, dichiara il direttore Mahmood Amiry-Moghaddam. Secondo alcune stime, le vittime potrebbero superare le seimila unità, ma il blackout di internet di quasi quattro giorni imposto dalle autorità rende impossibile ogni verifica indipendente.

La tragedia si consuma nell’oscurità. Le piazze iraniane sono diventate teatro di una repressione sanguinosa mentre il Paese resta isolato dal mondo. Il regime risponde alle proteste con la forza, ma dietro la cortina di ferro digitale emergono numeri che raccontano una realtà ben più grave di quanto Teheran voglia ammettere. L’Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo riferisce di oltre tremila morti in 195 città diverse, cifre che trasformano questa ondata di dissenso in uno dei capitoli più cruenti della storia recente iraniana.

Il paradosso diplomatico tra minacce pubbliche e canali riservati

Eppure, dietro la retorica infuocata delle piazze, si muovono i fili di una complessa partita diplomatica. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha confermato ufficialmente che resta aperto un canale di comunicazione diretto tra il ministro Araghchi e l’inviato speciale del presidente americano Donald Trump. Nonostante l’assenza di rapporti diplomatici formali e i messaggi ostili scambiati pubblicamente, i due governi continuano a dialogare attraverso la mediazione dell’ambasciata svizzera.

È un paradosso geopolitico: mentre il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf definisce Trump “delirante” e promette lezioni indimenticabili agli “uomini del campo di battaglia”, Teheran ammette che lo scambio di messaggi con Washington avviene ogni volta che è necessario.
La doppia faccia del regime emerge con chiarezza. Da un lato le minacce, le accuse di ingerenza straniera, la narrazione dei manifestanti come terroristi fomentati dall’estero. Dall’altro, la necessità di mantenere aperto un filo rosso con la Casa Bianca, nella consapevolezza che l’isolamento totale non conviene a nessuno. È la diplomazia delle contraddizioni, dove le parole servono per la piazza interna mentre i canali riservati cercano di evitare il peggio.

Ottantaquattro ore di buio digitale, il Paese sprofonda nell’isolamento

Sullo sfondo di queste manovre politiche, il Paese resta immerso in una drammatica oscurità informativa. Il blocco di Internet, che ha ormai superato le ottantaquattro ore, ha quasi azzerato la possibilità di documentare gli sviluppi dall’interno. Se i media di Stato tentano di descrivere una situazione tornata alla calma, i dati che filtrano attraverso le reti dell’opposizione sono tragici. La chiusura della rete trasforma l’Iran in una scatola nera dove è impossibile distinguere la propaganda dalla realtà, dove ogni notizia che riesce a uscire diventa preziosa quanto rara.

La repressione non ha fermato del tutto il dissenso. Nonostante la chiusura della rete e la presenza massiccia delle forze di sicurezza, si segnalano ancora manifestazioni in alcuni quartieri di Teheran e in diverse province. Il regime risponde con la criminalizzazione totale, organizzando funerali di Stato per le forze di sicurezza nel tentativo di attribuire alle piazze la responsabilità delle violenze. In questo scenario di isolamento forzato, l’Iran vive uno dei suoi momenti più bui, sospeso tra la sfida aperta al mondo esterno e una crisi interna di cui è impossibile prevedere l’epilogo.

L’Europa reagisce: convocati gli ambasciatori, sanzioni diplomatiche in arrivo

Ambasciatori o incaricati d’affari di Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna sono stati convocati dalle autorità iraniane, che hanno deplorato il sostegno espresso da questi Paesi ai manifestanti. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri iraniano attraverso la televisione di Stato. “Confermiamo la convocazione degli ambasciatori europei”, ha dichiarato il ministero degli Esteri francese all’agenzia Afp. Una mossa che testimonia il nervosismo di Teheran di fronte alle critiche internazionali.

La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha deciso di vietare l’accesso ai locali del Parlamento europeo per i diplomatici iraniani. “Non si può continuare come se non sia successo nulla”, scrive su X. “Mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà, oggi ho preso la decisione di vietare a tutto il personale diplomatico e a qualsiasi altro rappresentante della Repubblica islamica dell’Iran l’accesso a tutti i locali del Parlamento europeo. Questa Camera non contribuirà a legittimare questo regime che si è sostenuto attraverso la tortura, la repressione e gli omicidi”, annuncia Metsola. Una decisione simbolica ma significativa, che segna una frattura diplomatica difficile da ricucire.