Iran colpisce base Prince Sultan: 10 soldati Usa feriti, 2 gravi. Trump: “Hormuz sia lo Stretto di America”
Donald Trump
Dieci soldati americani feriti, due in gravi condizioni, diversi aerei da rifornimento distrutti o danneggiati: è il biglietto da visita con cui l’Iran ha risposto agli attacchi contro i propri siti nucleari, colpendo la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita con missili e droni. Un atto di guerra contro suolo alleato, nel cuore della penisola arabica, che ridisegna la mappa del rischio e complica il racconto trionfalistico che Washington stava costruendo attorno a questa crisi.
Il teatro di Miami e lo “Stretto di Trump”
Nessun presidente americano prima di Donald Trump si era permesso, nel bel mezzo di un conflitto che ha già prodotto morti e feriti tra i propri soldati, di scherzare sul ribattezzare uno stretto internazionale col proprio nome. Eppure è esattamente quello che è accaduto al FII Priority Summit di Miami, dove Trump — ospite di un fondo sovrano saudita, con i suoi dieci militari feriti a Prince Sultan — ha detto che lo Stretto di Hormuz “dovrebbe chiamarsi Stretto d’America, o Stretto di Trump”. Non era un momento di lassità. Era un messaggio politico preciso: il Medio Oriente è diventato territorio americano, e chi non lo capisce pagherà dazio — a partire dalla Nato.
La gaffe-battuta rivela la struttura mentale con cui Trump gestisce questa crisi: non come un conflitto da risolvere, ma come un’acquisizione patrimoniale da completare. Il modello non è Eisenhower né Nixon; è semmai il tycoon che compra un palazzo e ne cambia il nome sull’insegna.
Lo stato del conflitto: avanzamento e ambiguità
Sul piano militare, il quadro che emerge dai dispacci è quello di un’operazione in corso che Washington descrive come “in linea o in anticipo sulla tabella di marcia”. Rubio, al G7 di Parigi, parla di “2-4 settimane” alla conclusione. Ma la stessa mattina in cui pronuncia queste parole, l’Iran colpisce la base Prince Sultan con missili e droni, ferisce dieci soldati americani — due in gravi condizioni — e danneggia velivoli da rifornimento in volo. Non è il comportamento di una potenza che sta trattando la resa.
I bersagli già colpiti includono gli impianti nucleari di Khondab e Ardakan, due grandi acciaierie, una centrale elettrica. Il Pentagono valuta l’invio di altri 10.000 soldati, portando la presenza nella regione a 17.000 unità — una forza non da invasione, ma sufficiente, secondo il Wall Street Journal, per “sequestrare parte del territorio iraniano, mettere al sicuro l’uranio e prendere controllo di un’isola”. La logica è quella di una pressione massima per rendere il negoziato l’unica via d’uscita praticabile per Teheran.
Israele, dal canto suo, continua a colpire Teheran in autonomia. I paracadutisti americani sono già dispiegati. La nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei — figlio del padre ucciso il 28 febbraio — ha davanti a sé un paese sotto attacco sistematico e un piano di pace in 15 punti che la tv di stato iraniana dice essere stato respinto.
Il nodo diplomatico: negoziati smentiti, poi ammessi
La sequenza diplomatica di queste ore è rivelatrice. Teheran smentisce di star negoziando. Poi lascia passare petroliere attraverso Hormuz. Poi Trump rivela che “stavano implorando un accordo” e che le navi erano un gesto compensativo per la smentita. È la struttura classica del negoziato asimmetrico in cui la parte più debole deve salvare la faccia mentre cede terreno.
Il piano in 15 punti trasmesso tramite il Pakistan resta il documento centrale. Il fatto che Teheran lo abbia respinto pubblicamente non significa necessariamente che sia morto: nelle trattative di questo livello, il no formale è spesso il preludio alla negoziazione vera. Ma il margine si restringe ogni ora che passa, e Trump ha detto di avere “altri 3.554 obiettivi” da colpire.
Il G7, la Nato e la solitudine europea
Il G7 di Parigi ha prodotto la consueta dichiarazione di de-escalation — “abbiamo ribadito l’impegno per una de-escalation e per il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”, ha detto Tajani — ma nessun coinvolgimento militare europeo. E qui si apre la faglia più profonda dell’Alleanza Atlantica.
Trump ha reagito con furore: gli alleati europei hanno rifiutato di contribuire all’operazione contro l’Iran e di partecipare alla messa in sicurezza di Hormuz. “Penso che sia stato un errore enorme che la Nato non fosse presente”, ha dichiarato, evocando un taglio dei fondi americani all’Alleanza. La domanda retorica — “perché dovremmo esserci per loro se loro non sono lì per noi?” — non è una sfuriata passeggera: è l’avanzamento di una dottrina. La Nato a geometria variabile, in cui la copertura americana diventa condizionale e transattiva.
L’Italia di Tajani gioca su un registro diverso: “interlocutori credibili per tutti i nostri partner”, presenza in Aspides e Atalanta, ruolo da “protagonista” al G7. È la postura del paese che vuole restare nel cerchio ristretto senza pagare il prezzo di un’adesione esplicita alla linea militare americana. Fin quando reggerà?
La posta in gioco
Ciò che si sta decidendo in queste settimane non è solo il futuro del programma nucleare iraniano. È la ridefinizione dell’architettura di sicurezza mediorientale — e, attraverso di essa, dell’ordine internazionale post-bipolare. Se Trump riesce a chiudere in tre settimane un conflitto che nessuno dei suoi predecessori aveva osato aprire, la sua eredità da “grande pacificatore” — autoproclamata con quel misto di ironia e convinzione che è la sua cifra stilistica — acquisterà una plausibilità che oggi suona grottesca.
Se invece la guerra si prolunga, se i feriti di Prince Sultan diventano i primi di una lista più lunga, se Hormuz resta chiuso e il petrolio vola, allora il nome dello Stretto rimarrà quello che è — e la bravata di Miami sembrerà quello che già oggi rischia di essere: la fanfaronade di un presidente che ha aperto un fronte non sapendo bene come chiuderlo.
