Iran, il regime risponde alle proteste con la pena di morte: “Manifestanti nemici di Dio”. E Trump minaccia attacchi

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Almeno 72 morti e oltre 2.300 arresti. Ma il bilancio delle proteste che da due settimane scuotono l’Iran potrebbe essere molto più grave. Secondo testimonianze raccolte dal Time, solo in sei ospedali di Teheran erano stati registrati 217 decessi già giovedì sera. Il Paese è isolato dal resto del mondo: internet e comunicazioni bloccate dal regime mentre la Guida suprema Ali Khamenei ordina ai Guardiani della rivoluzione lo stato d’allerta. Il procuratore generale iraniano ha lanciato la minaccia più dura: chi manifesta sarà considerato “nemico di Dio”, reato punibile con la morte.

I video diffusi online mostrano nuove manifestazioni in diverse zone del Paese con il calare della notte. Le proteste si sono estese in vari quartieri della capitale Teheran e in altre città: Rasht a nord, Tabriz a nord-ovest, Shiraz e Kerman a sud. In un filmato verificato da France Presse, si vedono fuochi d’artificio lanciati su Piazza Punak a Teheran, mentre i manifestanti battono pentole e urlano slogan a sostegno dei sovrani Pahlavi, deposti dopo la rivoluzione islamica del 1979. Il blackout di internet a livello nazionale rende impossibile valutare l’entità completa dei disordini.

Trump minaccia attacchi aerei su larga scala

“L’Iran guarda alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare”. Lo ha scritto il presidente Donald Trump sul suo social Truth, senza fornire ulteriori spiegazioni. Nelle ultime due settimane l’inquilino della Casa Bianca ha più volte minacciato di colpire la Repubblica Islamica nel caso in cui il regime uccida manifestanti.

Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione Trump ha avviato “discussioni preliminari” su piani per un potenziale attacco contro l’Iran. Citando fonti anonime, il quotidiano riferisce che le discussioni si sono concentrate su quali siti dovrebbero essere presi di mira. Una delle opzioni sul tavolo sarebbe il lancio di un “attacco aereo su larga scala” contro obiettivi militari iraniani. Il giornale ha tuttavia precisato che non ci sono indicazioni di un “attacco imminente” e che non sono stati spostati né equipaggiamenti né personale.

Ospedali al collasso, ferite da armi da fuoco

Mentre il Paese è tagliato fuori dal mondo, la repressione si intensifica. Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Stati Uniti, ha documentato almeno 72 morti e oltre 2.300 arresti. La discrepanza con i dati riferiti dal Time potrebbe dipendere dalle diverse modalità di calcolo: Hrana conteggia solo vittime identificate. Testimonianze arrivate alla Bbc da medici in Iran parlano di ospedali pieni di feriti, in particolare per colpi d’arma da fuoco alla testa e agli occhi. In questo contesto il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad ha lanciato l’avvertimento: chiunque partecipi alle proteste sarà considerato un “nemico di Dio”, reato punibile con la pena di morte.

L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno espresso sostegno al popolo iraniano. “Le strade di Teheran e le città di tutto il mondo risuonano dei passi delle donne e degli uomini iraniani che chiedono libertà”, ha scritto su X la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, condannando “la violenta repressione” e chiedendo “l’immediato rilascio di tutti i manifestanti incarcerati” e “il ripristino del pieno accesso a internet”. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha fatto sapere che Washington sostiene “il coraggioso popolo dell’Iran”. Trump ha ribadito: “Se iniziano ad uccidere le persone come hanno fatto in passato, li colpiremo molto duramente”.

Dal caro-vita alla richiesta di rovesciare il regime

Le manifestazioni, che ora coinvolgono tutte e 31 le province, sono iniziate il 28 dicembre contro il caro-vita legato al crollo della moneta. Il rial viene scambiato a oltre 1,4 milioni per un dollaro, mentre l’economia è schiacciata dalle sanzioni internazionali imposte in parte a causa del programma nucleare. Le proteste si sono rapidamente estese arrivando a chiedere il rovesciamento del sistema autoritario che dal 1979 governa il Paese. La Guida suprema Ali Khamenei, secondo quanto appreso dal Telegraph, ha messo i Guardiani della rivoluzione in uno stato d’allerta superiore a quello durante la guerra di 12 giorni con Israele dello scorso giugno.

Il regista iraniano Jafar Panahi, in un post su Instagram, ha lanciato l’allarme per il blackout di internet. “Siamo profondamente preoccupati per la vita dei nostri concittadini, delle nostre famiglie, dei nostri colleghi e amici che, in queste circostanze, sono indifesi”, ha affermato. “Il governo ha fatto nuovamente ricorso ai suoi strumenti di repressione più palesi. Da un lato ha interrotto le vie di comunicazione all’interno del Paese – internet, telefoni cellulari e fissi – impedendo alle persone di comunicare tra loro; dall’altro ha bloccato completamente tutti i mezzi di contatto con il mondo esterno”, ha scritto il regista, chiedendo l’aiuto della comunità internazionale.

Pahlavi prova a ritagliarsi un ruolo da protagonista

In questo scenario il principe Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi, che vive in esilio negli Stati Uniti da quasi 50 anni, sta provando a ritagliarsi un ruolo da protagonista. Dopo aver chiesto venerdì l’intervento di Donald Trump, ha sollecitato proteste per sabato e domenica puntando a “conquistare i centri delle città e a mantenerne il controllo” e ha invitato i lavoratori di settori chiave dell’economia ad attuare uno sciopero nazionale.

Non è chiaro quanto sostegno reale abbia in patria. In passato il sostegno di Pahlavi a Israele e di Israele a Pahlavi hanno suscitato critiche, in particolare dopo la guerra di 12 giorni fra Iran e Israele dello scorso giugno. In alcune proteste i manifestanti hanno gridato slogan a sostegno dello scià, ma non è chiaro se si tratti di sostegno a Pahlavi stesso o del desiderio di tornare a un’epoca precedente alla rivoluzione islamica del 1979.

Netanyahu: “Conseguenze terribili se l’Iran ci attacca”

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha pronosticato che “questo potrebbe essere il momento in cui il popolo iraniano si assumerà la responsabilità del proprio destino” e ha lanciato un avvertimento: “Se l’Iran ci attacca ci saranno conseguenze terribili”. L’ipotesi di un intervento militare americano resta sul tavolo, anche se non imminente. La comunità internazionale osserva, divisa tra condanna della repressione e timore di un’escalation regionale.