Iran, Washington accelera i piani di guerra via terra per sbloccare le rotte petrolifere
I vertici militari degli Stati Uniti pianificano il controllo dei punti strategici nel Golfo Persico, puntando a scongiurare una recessione mondiale causata dall’aumento dei prezzi energetici.
L’amministrazione Trump si trova a un bivio strategico tra la diplomazia multilaterale e l’avvio di un’operazione di terra definita “Epic Fury”. Mentre a Islamabad si tenta la carta del consorzio regionale per gestire lo Stretto di Hormuz e scongiurare una recessione globale, il Pentagono schiera 17.000 uomini per incursioni chirurgiche.
L’obiettivo è il controllo dei nodi energetici e del materiale nucleare a Isfahan, ma il peso politico dell’escalation inizia a scuotere la tenuta del movimento Maga e le ambizioni elettorali di JD Vance.
Piani militari e scacchiere regionale
Il Pentagono non pianifica un’invasione su vasta scala, sul modello dei precedenti conflitti in Iraq o Afghanistan, ma una serie di incursioni mirate della durata di alcune settimane. Al centro della manovra c’è il potenziamento del contingente nell’area, che potrebbe raggiungere le 17.000 unità con l’invio di ulteriori 10.000 soldati.
La minaccia di Teheran è frontale: “Li aspettiamo, daremo loro fuoco”, ha dichiarato Mohammad Bagher Ghalibaf. Tuttavia, il Commander-in-chief sembra concedere un’ultima finestra alla diplomazia, fissando al 6 aprile il termine ultimo prima di autorizzare attacchi sistematici alle infrastrutture elettriche della Repubblica Islamica.
La gestione dello Stretto di Hormuz
Il cuore della contesa resta il transito del greggio. A Islamabad, i negoziatori di Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita analizzano la richiesta iraniana di mantenere il controllo sullo Stretto in cambio dell’adesione al piano di pace statunitense in 15 punti.
L’ipotesi sul tavolo, caldeggiata dal Cairo, è la trasformazione del passaggio in una zona a tariffazione speciale, simile al Canale di Suez. Un consorzio tra i Paesi dell’area garantirebbe il flusso costante dell’oro nero, pilastro della ricchezza dei regni del Golfo, la cui interruzione provocherebbe un’impennata dei prezzi e una crisi economica di portata mondiale.
Obiettivi sensibili e azioni chirurgiche
Qualora il dialogo fallisse, l’opzione militare colpirebbe i centri nervosi dell’economia e della difesa iraniana. Il Pentagono punta all’occupazione di Kharg, terminale da cui transita l’80% delle esportazioni petrolifere di Teheran, e alla neutralizzazione delle sette isole che compongono l’arco difensivo dello Stretto.
Parallelamente, si ipotizza l’impiego della Delta Force per missioni ad alto rischio nell’entroterra. L’obiettivo primario sarebbe il recupero dell’uranio arricchito nella centrale di Isfahan, rimasto isolato nei bunker sotterranei dopo i bombardamenti dello scorso giugno. Azioni che i vertici militari definiscono necessarie, ma cariche di incognite operative.
Tensioni politiche e futuro repubblicano
L’ipotesi di vedere nuovamente i “boots on the ground” sta erodendo la compattezza del fronte repubblicano. Il movimento Maga appare diviso e i riflessi elettorali sono già visibili.
Secondo i dati della Cpac, il gradimento per JD Vance è sceso dal 61% al 58%, segnale di una gioventù conservatrice sempre più scettica verso il coinvolgimento bellico e il sostegno incondizionato alle dinamiche mediorientali. Trump si trova prigioniero di una scelta difficile: sottoscrivere un accordo di pace giudicato imperfetto o rischiare un’escalation che potrebbe compromettere la nomination del 2028 per i suoi eredi politici.
