Israele annuncia la morte di Larijani, il filosofo-stratega che guidava la sicurezza di Teheran

Il ministro Katz rivendica l’eliminazione del segretario del Consiglio supremo nei cieli della capitale iraniana nella notte di oggi, mentre Teheran diffonde un documento scritto che non scioglie il dubbio sulla sorte dell’alto funzionario.

Ali Larijani

Ali Larijani

La notizia è arrivata nella forma di una dichiarazione militare, secca e senza incertezze. Israel Katz, ministro della Difesa di Israele, ha annunciato questa notte che Ali Larijani — segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano e figura tra le più influenti dell’establishment della Repubblica islamica — è stato ucciso in un raid dell’aviazione israeliana condotto nei pressi di Teheran. Insieme a lui, secondo lo stesso Katz, sarebbe stato eliminato Gholamreza Soleimani, comandante delle forze Basij.

«Sono appena stato informato dal capo di stato maggiore che il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale Larijani e il capo dei Basij sono stati eliminati questa notte», ha dichiarato il ministro, aggiungendo una coda retorica di tono bellicoso sul destino dei nemici di Israele. La fonte è il quotidiano israeliano Ynet, che ha pubblicato le parole di Katz nelle prime ore della mattinata.

Teheran, per ora, non conferma. Le agenzie iraniane hanno risposto diffondendo un messaggio attribuito a Larijani — apparentemente manoscritto — in cui l’alto funzionario rende omaggio ai marinai della Marina caduti nel conflitto in corso. «Il loro ricordo resterà sempre nel cuore della nazione», recita il testo secondo l’agenzia Fars. Un documento scritto, dunque: nessuna prova visiva, nessun intervento pubblico, nessun elemento che possa chiarire in modo definitivo la sorte dell’uomo.

L’ambiguità è strutturale. E, in una guerra che si combatte anche con le narrative, il silenzio di Teheran vale quanto una dichiarazione.

Il profilo di un uomo di potere

Per comprendere il peso specifico della notizia — se confermata — è necessario fare un passo indietro. Ali Larijani non è una figura di secondo piano. Nato nel 1958 a Najaf, in Iraq, da una famiglia originaria di Amol, appartiene a una delle dinastie politiche più radicate della Repubblica islamica. Suo padre era un’autorità religiosa di rilievo; il matrimonio con Farideh Motahari, figlia di un esponente di primo piano della rivoluzione del 1979, ne ha ulteriormente consolidato il profilo nell’élite del Paese.

Ma Larijani si distingue dai colleghi della sua generazione anche per il percorso formativo. Si è laureato in matematica e informatica, ha poi conseguito un dottorato in filosofia occidentale con una tesi dedicata a Immanuel Kant. Un profilo insolito per un dirigente rivoluzionario: il rigore analitico del matematico unito alla formazione filosofica, in un contesto di potere che premia più la fedeltà ideologica che la sottigliezza intellettuale.

Dopo la rivoluzione del 1979, entra nei Guardiani della Rivoluzione. Poi avanza attraverso gli incarichi istituzionali: il ministero della Cultura, la direzione dell’emittente pubblica Irib. Nel 2005 viene nominato segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e capo negoziatore sul dossier nucleare, ruolo che mantiene fino al 2007. Dal 2008, tre mandati consecutivi alla presidenza del Parlamento. Un protagonismo pressoché ininterrotto nella vita istituzionale del Paese.

Il ritorno al vertice della sicurezza

Nell’agosto del 2025 — in una fase tra le più convulse della storia recente della Repubblica islamica — Larijani era tornato alla guida del Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Il rientro non era casuale: con la morte della guida suprema Ali Khamenei e il presunto ferimento del figlio Mojtaba — indicato come suo successore — l’Iran si era trovato a gestire un vuoto di potere senza precedenti. In questo scenario, Larijani aveva assunto un ruolo di coordinamento strategico essenziale, interfacciandosi con gli attori regionali alleati di Teheran e governando la complessa macchina della sicurezza interna.

Secondo le autorità israeliane, l’uomo avrebbe avuto un ruolo anche nella gestione delle proteste interne e nelle relative operazioni di repressione. Una accusa che Teheran, prevedibilmente, non ha mai riconosciuto. L’Idf inserisce l’eliminazione di Larijani in una campagna sistematica contro la nomenklatura militare e politica iraniana: una serie di attacchi che avrebbero già colpito diversi comandanti dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, considerati la vera struttura portante del regime.

Soleimani e l’apparato dei Basij

L’altro nome annunciato da Katz è quello di Gholamreza Soleimani, comandante delle forze Basij dal 2019. Nato nel 1964, è una figura interna al corpo dei Pasdaran di cui ha scalato progressivamente i gradi: comandante di battaglione durante la guerra Iran-Iraq, poi alla guida di diverse divisioni dei Guardiani della Rivoluzione. I Basij — forza paramilitare volontaria sotto il controllo dell’Irgc — contano circa 450.000 effettivi e rappresentano lo strumento principale della repressione interna, oltre che una riserva di mobilitazione in caso di conflitto aperto.

Soleimani era già nel mirino delle cancellerie occidentali: sanzioni da parte di Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e Canada. La sua eventuale eliminazione priverebbe l’apparato di sicurezza iraniano di un nodo organizzativo centrale, in un momento in cui la catena di comando è già sottoposta a pressioni straordinarie.

Se entrambe le morti fossero confermate, il quadro che ne emergerebbe è quello di una leadership iraniana decapitata in modo sistematico nel giro di poche settimane: Khamenei, diversi comandanti dei Pasdaran, e ora — forse — il responsabile della sicurezza nazionale e il capo dei Basij. Un colpo alla capacità di coordinamento del regime difficilmente reversibile nel breve periodo. Per ora, l’Iran risponde con un foglio manoscritto. La guerra continua.