La cena all’Eur che segna la svolta: Meloni convoca Tajani e Salvini e rilancia l’agenda di governo

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Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani

C’è una certa eloquenza simbolica nel fatto che Giorgia Meloni abbia scelto la propria abitazione privata all’Eur — lontano da Palazzo Chigi, lontano dalle telecamere — per riunire attorno a un tavolo i due vice Antonio Tajani e Matteo Salvini. Una cena “di routine”, spiegano le fonti di governo con il tradizionale understatement istituzionale. Ma le riunioni di routine non si consumano nell’intimità domestica della presidente del Consiglio: si convocano nelle sale di rappresentanza, si verbalizzano, si comunicano. Questa era tutt’altro.

Il contesto: il referendum come spartiacque psicologico

La sconfitta del fronte dei “sì” sulla separazione delle carriere giudiziarie ha prodotto un effetto che va ben oltre il merito costituzionale della questione. Ha incrinato la narrazione di invulnerabilità che il centrodestra aveva costruito attorno a Meloni: quella di un governo che vince sempre, che trasforma anche le avversità in asset politico. Il referendum ha restituito invece l’immagine di una coalizione che fatica a mobilitare i propri elettori su un tema che aveva scelto come bandiera identitaria — la riforma della giustizia, il confronto con le toghe, la “liberazione” dell’esecutivo dal giogo della magistratura.

Le dimissioni forzate all’interno di FdI e Forza Italia, con il caos comunicativo che ne è seguito, hanno aggravato il quadro. E la prima Supermedia AGI/Youtrend post-referendum ha cominciato a fotografare ciò che gli osservatori più avveduti già intuivano: l’emorragia è cominciata.

I numeri: il sorpasso del campo largo

La Supermedia è impietosa nella sua freddezza statistica. FdI scende al 28,2%, il dato peggiore dalle Europee 2024 — un benchmark che Meloni aveva sempre usato come pavimento invalicabile del proprio consenso. M5S guadagna 1,3 punti, trainato probabilmente dall’onda di protesta anti-governativa che il referendum ha elettrizzato. Ma il dato aggregato è quello che deve preoccupare di più il centrodestra: il campo largo (Pd-M5s-Avs-Iv/+Ee) sorpassa la coalizione di governo — 45,4% contro 44,6%.

È un sorpasso di un solo punto, statisticamente prossimo al margine di errore. Ma politicamente è un segnale di svolta: per la prima volta dall’insediamento del governo Meloni, l’ipotesi di un’alternativa governativa non è più solo un esercizio accademico. Diventa un’aritmetica possibile.

Gli attori in campo: una coalizione da ricucire

La cena a tre serve innanzitutto a questo: a ricucire una coalizione che il voto referendario ha esposto nelle sue tensioni latenti. Salvini — reduce da mesi di difficoltà personale (il processo Open Arms, la Lega ferma al 6,3%) — ha bisogno di segnali di rilancio che passino per temi di suo presidio: sicurezza, infrastrutture, autonomia differenziata. Tajani deve gestire l’irrisolta questione Santanchè e posizionare Forza Italia in modo da non pagare le scorie giudiziarie del governo senza però rompere la solidarietà di coalizione.

Meloni, dal canto suo, gioca su due tavoli simultaneamente: verso i media e l’opinione pubblica, deve trasformare la sconfitta referendaria in un “reset” narrativo, come si legge nella linea comunicativa ufficiale — “momento di confronto democratico, non di crisi”. Verso i suoi alleati, deve però offrire qualcosa di concreto: una road map, una prospettiva, un orizzonte che giustifichi la tenuta della coalizione.

La mossa del rimpasto: una variabile ancora aperta

Tra le ricostruzioni giornalistiche più significative emerge l’ipotesi di un rimpasto di governo — in particolare la possibile sostituzione di ministri esposti su vicende giudiziarie. Sarebbe una scelta ad alto rischio politico e alto guadagno comunicativo: Meloni si libererebbe del peso mediatico più ingombrante (a partire da Santanchè) rivendicando al contempo una discontinuità interna che la rafforza come arbitro della coalizione. Ma aprirebbe anche un terreno di negoziazione interna tra i partiti, ciascuno dei quali vorrebbe presidiare i ministeri ridistribuiti.

La partita vera: la legge elettorale e la proiezione verso il voto

Sul tavolo della cena — si apprende — c’era anche la legge elettorale. È qui che si concentra la partita più autentica. Un sistema proporzionale con soglie alte favorirebbe FdI e penalizzerebbe i partiti minori della coalizione; uno proporzionale più aperto potrebbe invece rianimare il centro. Il Rosatellum attuale, con le sue liste bloccate e il doppio binario maggioritario-proporzionale, avvantaggia chi arriva primo — ma quanto ancora FdI può permettersi di “arrivare primo” con tendenze sondaggistiche in calo?

Se le elezioni politiche sono percepite come “molto vicine” — come sembrano credere le fonti parlamentari del centrodestra — allora ogni decisione di queste settimane è già campagna elettorale. La cena all’Eur era, in fondo, la prima riunione di gabinetto informale di una nuova fase politica: quella in cui Meloni non gestisce più la rendita di un consenso saldo, ma comincia a difenderne i margini.

Il termometro dell’autunno dirà se il “nuovo ciclo riformista” annunciato — lavoro, fisco, semplificazione — sarà bastato a invertire la tendenza. O se la sconfitta sul referendum sarà ricordata come il momento in cui l’onda lunga del governo Meloni ha cominciato silenziosamente a rifluire.