La differenza tra rottamazione e populismo

2 maggio 2014

Dieci motivi per cui ci piaceva di più il Matteo Renzi delle primarie democratiche

Sinceramente ci piaceva di più il Matteo Renzi rottamatore. Quello della campagna contro Pierluigi Bersani e i dinosauri del Pd; quello del discorso della sconfitta alle primarie 2012; quello artigianale della battaglia contro il conformismo paludato della vecchia politica fallimentare; quello irriverente che infilzava il senso comune e lo snobismo gauchiste; quello per cui il liberismo è di sinistra. Persino quello che ha buttato già da cavallo Enrico Letta appena due mesi fa, assumendosi il rischio della congiura di palazzo in un Paese condannato a vivacchiare di meline infinite e ipocrisia. In due mesi di governo al giovane Renzi sono già spuntati i primi fili bianchi in testa, palazzo Chigi è un’impresa da far tremare i polsi, ma soprattutto sembra confondere continuamente rottamazione con populismo. Secondo noi è un grave errore.

Naturalmente non siamo ingenui. Capiamo bene la contesa elettorale e il corpo a corpo mediatico con Beppe Grillo: il voto delle europee è fondamentale per guadagnarsi un’investitura almeno indiretta che gli è mancata nel detronizzare Letta e avere più forza per domare la fronda interna al Pd e i nemici che si sta creando; capiamo il voler lisciare il pelo al senso comune e all’onda anti casta che si leva dal Paese. Renzi è un tipo svelto che legge i sondaggi, è un furbacchione, ha fiuto politico, finora le previsioni danno il suo Pd in crescita e il suo consenso personale in ascesa, però dovrebbe ricordarsi che fare il premier di un Paese complicato come l’Italia non è esattamente come una diretta Twitter. Pensavamo questo, l’altra sera, vedendolo gigioneggiare a Porta a Porta.

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E pensavamo che farsi fare un’intervista al giorno non è rottamazione ma populismo (immaginatevi Obama tenere questo ritmo), tanto più se i canali, i giornalisti, e i format a cui partecipi sono sempre quelli dei soliti noti che già intervistavano i 3-4 premier precedenti che vuoi/volevi rottamare (anche perché questi signori che oggi ti blandiscono saranno i tuoi nemici di domani perché comunque non sei uno di loro); pensavamo che mettere le donne alla presidenza delle controllate pubbliche senza deleghe e poteri reali non è rottamazione ma populismo, tanto più se il resto delle nomine sono fatte fisiologicamente in stile Cencelli (il rinnovo di Terna docet) o in grande continuità con le gestioni precedenti; pensavamo che parlare di merito e di mobilità e poi promuovere tre donne che sono figlie di papà (Guidi, Marcegaglia e Todini) non è rottamazione ma populismo;
pensavamo che abolire le Province senza chiudere gli uffici corrispondenti e ridurre proporzionalmente il personale limitandosi, in perfetto spirito anti casta, a cancellare solo il livello politico, non è rottamazione ma populismo;

pensavamo che dire di voler riformare davvero la Pubblica amministrazione (vivaddio se serve al Paese) senza mettersi contro i lavoratori (a cui si mandano letterine affettuose) e chiamando al contributo fattivo gli stessi sindacati non è rottamazione (lo era quando diceva giustamente stop alla concertazione) ma populismo (perché irrealizzabile); pensavamo che tagliare gli stipendi dei manager pubblici in modo lineare, senza veri criteri di premi e incentivi a chi merita, non è rottamazione ma populismo; pensavamo che alzare la tassazione sulle rendite finanziarie aggravando le storture del sistema fiscale italiano come si sta facendo non è rottamazione ma populismo; pensavamo che promettere un codice Pin agli italiani per farli accedere in modo unico e integrato ai servizi della Pa senza prima unificare le centinaia di banche dati che non si parlano, non è rottamazione ma populismo;
pensavamo che dare 80 euro in busta paga al ceto medio impoverito è una buona scelta elettorale (che capiamo e non snobbiamo affatto) ma non è rottamazione (ma populismo), perché se si voleva essere davvero equi e distributivi come si dice si doveva partire dagli incapienti; pensavamo che avviare così tanti cantieri di riforma, giustamente definite epocali, incardinandoli in un sistema di bicameralismo perfetto che giustamente Renzi dice di voler abolire, non è rottamazione ma populismo perché già ti stai arenando sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale, figurarsi su riforme ciclopiche e impopolari come quella della Pa. E pensavamo tante altre cose ancora guardando Porta e Porta e poi la conferenza stampa di giovedì, post Cdm. È davvero strano. Renzi si sta creando molti nemici su vicende di rottamazione perlopiù mediatica (la crociata anti manager e i mandarini di stato) ma nelle scelte vere che compie (le nomine anzitutto) in realtà sta producendo molta democristianissima continuità e persino status quo (i dipendenti pubblici anche con Renzi restano intoccabili). Paradossale.

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Per ora il consenso gli dà ragione, anzi è probabile che il voto del 25 maggio lo premierà (l’alternativa in fondo è Grillo), ma bisognerebbe finalmente guardare oltre l’orticello elettorale e pensare a quel che serve davvero al Paese. E l’Italia ha bisogno come il pane di cambiamenti profondi, di rottamazione vera, seria, faticosa. Ha bisogno di gente che vada in immersione e che si sporchi le mani. Abbiamo già dato con gli one man show e i proclami altisonanti (puntualmente sconfessati alla prova dei fatti). Caro Renzi non bruciare anche tu questa bandiera: non confondere rottamazione con populismo. Sono cose diverse. Non gonfiarti di promesse irrealizzabili. Altrimenti la gente che oggi ti osanna, ti mostrerà il conto molto presto. E a farne le spese sarà il Paese. Un’altra volta. (linkiesta.it)

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