La guerra entra nelle rotte petrolifere: Teheran impone il veto sulle forniture ai paesi avversari
I Guardiani della rivoluzione iraniani annunciano il blocco totale delle esportazioni di greggio regionale verso le nazioni alleate di Washington e Tel Aviv per la durata delle ostilità, mentre il ministro degli Esteri Araghchi nega qualsiasi chiusura dello stretto di Hormuz e attribuisce l’insicurezza dei traffici marittimi agli attacchi israeliani e statunitensi contro la Repubblica islamica.
Il petrolio entra ufficialmente nella logica bellica mediorientale. Teheran annuncia il veto alle esportazioni energetiche verso gli alleati di Stati Uniti e Israele, pone un ultimatum diplomatico all’Europa e al mondo arabo e respinge ogni accusa di aver ostacolato la navigazione nello stretto di Hormuz, attribuendo l’insicurezza regionale agli “attacchi e all’aggressione” di israeliani e americani. Sullo sfondo, Donald Trump promette sicurezza marittima e minaccia dure ritorsioni contro la Repubblica islamica.
Il veto dei Guardiani sulle forniture energetiche
“Le forze armate iraniane non autorizzeranno l’esportazione di un solo litro di petrolio della regione verso il campo nemico e i suoi partner fino a nuovo ordine.” La dichiarazione del portavoce dei Guardiani della rivoluzione, Ali Mohammad Naini, riportata da Le Figaro, non lascia margini di ambiguità. Il blocco non è temporaneo per scelta: Naini ha precisato che qualsiasi tentativo di ridurre o controllare i prezzi di petrolio e gas risulterà “temporaneo e inutile.” La ragione è esplicita: “In tempo di guerra il commercio dipende dalla sicurezza regionale.”
La mossa segna un salto qualitativo nella postura iraniana. Non si tratta di una minaccia velata né di una pressione diplomatica indiretta. È un atto formale di interdizione energetica, pronunciato da un’istituzione militare — i Pasdaran — che nella Repubblica islamica detiene un peso politico non inferiore a quello del governo. Il destinatario implicito è chiaro: chiunque sostenga, anche indirettamente, Washington o Tel Aviv nel conflitto in corso.
L’ultimatum diplomatico su Hormuz
Il secondo fronte aperto dai Guardiani riguarda lo stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale. Nella serata precedente all’annuncio, i Pasdaran hanno formulato una proposta che ha i contorni di un ricatto diplomatico formalmente travestito da offerta: “Qualsiasi paese arabo o europeo che espellerà gli ambasciatori israeliano e americano dal proprio territorio avrà piena libertà e autorizzazione ad attraversare lo stretto di Hormuz già da domani.”
La televisione di Stato iraniana ha riportato la dichiarazione senza commenti. Il meccanismo è lineare nella sua brutalità: la sicurezza della navigazione commerciale viene subordinata a una scelta politica interna degli Stati terzi. Un test di fedeltà travestito da garanzia di transito. La posta in gioco è reale: le compagnie di navigazione e le petroliere che operano nel Golfo Persico hanno già ridotto le frequenze, e i mercati energetici registrano tensioni crescenti.
Araghchi nega il blocco e rovescia le responsabilità
Sul versante diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scelto un registro diverso, più difensivo. In un’intervista alla rete statunitense Pbs, Araghchi ha escluso qualsiasi responsabilità di Teheran nel rallentamento dei traffici marittimi. “La produzione e il trasporto di petrolio sono rallentati o si sono fermati non a causa nostra, ma a causa degli attacchi e dell’aggressione degli israeliani e degli americani contro di noi.”
Il ragionamento si chiude in modo apparentemente lineare: sono gli attacchi nemici ad aver reso insicura la regione; l’insicurezza spinge le petroliere a evitare lo stretto; l’Iran non ha chiuso nulla e non sta impedendo la navigazione. “Noi non abbiamo chiuso questo stretto. Non stiamo impedendo la navigazione in questo stretto”, ha ribadito Araghchi. La tesi è coerente con la narrativa ufficiale di Teheran: vittima dell’aggressione altrui, non attore della destabilizzazione. Resta il fatto che l’effetto — petroliere che evitano Hormuz — è il medesimo, indipendentemente dalla causa dichiarata.
Trump promette sicurezza, ma il margine si restringe
Da Washington, il presidente Donald Trump aveva anticipato la crisi con una promessa pubblica: gli Stati Uniti garantiranno la sicurezza della navigazione nello stretto di Hormuz e non permetteranno all’Iran di interrompere le forniture globali di petrolio. La minaccia di “dure ritorsioni” in caso contrario è rimasta senza risposta diretta da Teheran, che ha preferito agire sul piano dei fatti — il blocco delle esportazioni, l’ultimatum agli europei — piuttosto che sul piano della controreplica verbale.
La geometria dello scontro si è dunque complicata in poche ore. Da un lato, i Pasdaran alzano il prezzo del transito energetico e trasformano ogni ambasciata statunitense o israeliana in un elemento di pressione sui governi terzi. Dall’altro, Araghchi costruisce la difesa diplomatica iraniana su un argomento tecnicamente inattaccabile — nessun blocco formale — ma politicamente inconsistente, dato che i mercati reagiscono ai rischi percepiti, non alle dichiarazioni di innocenza. Nel mezzo, le compagnie di navigazione calcolano premi assicurativi e rotte alternative.
