Stretta su Ong e le ambiguità sulla sicurezza, in Tunisia scattano controlli

Stretta su Ong e le ambiguità sulla sicurezza, in Tunisia scattano controlli
26 giugno 2017

Tempi duri per le Ong in Nordafrica. Dopo l’Egitto, anche la Tunisia avvia una stretta sul controllo delle organizzazioni non governative. Il governo di Tunisi ha infatti emesso un ordine in cui richiede a queste ultime di dichiarare tutte le fonti di finanziamento estere. Una mossa che ricorda il vecchio regime di Ben Ali e che sta provocando proteste in seno alla societa’ civile. Il governo e una parte della stessa societa’ civile giustificano la misura nell’ambito della campagna anti corruzione avviata a fine maggio, ma molti altri la percepiscono come un tentativo di stringere le maglie del controllo sulla societa’, analogamente a quanto fatto dal Cairo. Nell’ordine governativo si richiede di “svelare la provenienza dei fondi ricevuti dall’estero, esplicitarne il valore e la finalita’ entro un mese, in accordo con l’articolo 41 del Decreto 88 sulla gestione delle ong del 2011”. Le ong dovranno anche adempiere all’articolo 44 dello stesso decreto, il quale afferma che “ogni associazione che beneficia di fondi pubblici dovrebbe fornire un rapporto annuale al Dipartimento statale della contabilita’, con una descrizione dettagliata delle spese e delle fonti di finanziamento”. Eppure dopo la caduta di Ben Ali l’attivismo delle ong era cresciuto molto in Tunisia, accompagnato pero’ da alcune ambiguita’. “Circa 20000 ong operano in Tunisia, secondo i dati del governo pubblicati nel maggio 2016. La gran parte di esse porta avanti attivita’ di carattere religioso e legate alla predicazione, emerse sopratutto dopo il 2011. Hanno beneficiato molto dell’apertura da parte di Ennahda nel 2012 e nel 2013. Ma secondo le stime del governo, alcune di queste ong sono state coinvolte nella spedizione di ragazzi al fronte nei conflitti regionali”, sostiene l’analista politico Mondher Bedhiafi, intervistato da Al Monitor.

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La Tunisia e’ il paese del Nordafrica e del Medioriente che ha il maggior numero di cittadini partiti come ‘foreign fighters’. L’attivista per i diritti umani Sami Ben Salameh ritiene la mancanza di trasparenza nei finanziamenti delle Ong sia un problema rilevante. “La Ong 23-10, di cui sono membro, ha stabilito nel 2011 di rifiutare fondi provenienti dall’estero o dal governo, per preservare la sua indipendenza. Ovviamente pero’ tutto cio’ ha limitato la sua efficienza. I fondi esteri sono cruciali per la societa’ civile, perche’ permettono a molte ong di fornire servizi importanti, anche in termini di sviluppo della coscienza civile e di coinvolgimento negli affari di pubblica utilita’”. “I fondi provenienti dall’estero sono utili anche per le attivita’ educative, per quelle relative ai diritti delle donne e ai diritti umani in genere. Tuttavia, si tratta di finanziamenti che possono accompagnarsi ad ambiguita’ e porre problemi relativi alla sicurezza, anche perche’ a volte sono utilizzati da parte di entita’ straniere come dei mezzi per interferire negli affari interni della Tunisia e influenzarli dall’esterno. Questa mossa del governo- continua Salameh – si inserisce nel contesto della guerra al terrorismo e nella questione dei finanziamenti provenienti dal Golfo, dall’Europa e dagli Stati Uniti”. L’articolo 35 della Costituzione tunisina sancisce la “liberta’ di stabilire partiti politici, unioni e associazioni”, mentre l’articolo 49 dichiara che “le limitazioni che possono essere imposte all’esercizio dei diritti e delle liberta’ garantite dalla costituzione verranno stabilite dalla legge, senza compromettere l’essenza di queste ultime. Queste limitazioni possono essere adottate per ragioni necessarie e con l’obiettivo di proteggere i diritti della societa’, oppure basate su esigenze relative alla sfera della pubblica sicurezza, morale e salute pubblica”. (Agi)

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