La vita secondo il ministro Madia: “La dà e la toglie Dio, noi non abbiamo diritto di farlo”

27 febbraio 2014

Era il 2008 quando Marianna Madia (Pd) fu intervistata da Piero Vietti su aborto, eutanasia e famiglia. Madia era allora capolista Pd e rilasciò alcune dichiarazioni che in questi giorni, com’era facilmente prevedibile, stanno tornando in superficie.

“L’aborto è il fallimento della politica […] un fallimento etico, economico, sociale e culturale”. Madia è per la libera scelta della donna, “ma sono certa che se si offrisse loro il giusto sostegno, le donne sceglierebbero tutte per la vita”. Dice che ogni vita umana che non nasce è un fallimento, per questo la politica deve fare in modo che la scelta per la vita sia sempre possibile.” Un fallimento totale, dunque. In nome di tutte le donne al mondo che hanno abortito e che abortiranno. Deve essere un peso enorme essere portavoce di così tanti esseri umani con cui non ci si è mai intrattenuti e dei quali si ignora tutto. Si decide, nonostante questo, di metter loro addosso risoluzioni e scelte che sono le proprie. Questa è la radice più primitiva e genuina del paternalismo, quell’istinto primordiale che ci fa sentire non solo al centro dell’universo, ma unità di misura unica e assoluta. “Io farei così” diventa “tutti farebbero così”, e poi “tutti devono fare così”.

Inutile perdere tempo a elencare dati e ricerche sulle motivazioni – eterogenee e irriducibili alla visione compatta che emerge dalle parole di Madia e di molti che la pensano come lei (qui per esempio) – che spingono le donne a interrompere una gravidanza. Perché sprecare tempo quando si è certi di come stiano le cose? È un peccato ignorare perfino quell’ingenuità induttiva di cui dovremmo essere consapevoli più o meno dagli anni del liceo. Un fallimento che sarebbe evitabile se le donne – meschine – fossero aiutate. È troppo impopolare dire esplicitamente di essere contro la libera scelta e a favore della coercizione, ma ci sono molti modi per dirlo implicitamente. Uno di questi è ridurre la decisione di interrompere una gravidanza a “impedimenti” esterni. Ovvero, nessuna donna può scegliere di abortire. Nessuna donna abortisce se non per difficoltà economiche, lavorative, familiari. Nessuna donna può decidere che non vuole portare avanti la gravidanza, non vuole un figlio o non ne vuole un altro (lo si ricorda di rado, ma molte donne che abortiscono hanno già uno o più figli).

Rispetto al “giusto sostegno”, è recente la proposta di legge “Misure a sostegno a favore della maternità”, così come l’inutile polemica che ne è scaturita. In quel testo si partiva definendo l’interruzione di gravidanza “causa di calo demografico e prima causa di morte in Europa”. Sul piano più pratico, l’aiuto consisterebbe in 250 euro per 18 mesi. A parte tutte le discussioni che si potrebbero fare sul valore simbolico e sui termini usati, il sostegno economico previsto basterebbe sì e no a coprire le spese dei pannolini. E poi? La dichiarazione più surreale di Madia riguarda però l’autodeterminazione.

“Io sono cattolica praticante, e credo che la vita la dà e la toglie Dio, noi non abbiamo diritto di farlo. Certo è che anche per esperienza personale mi sono resa conto di quanto sia sottile la linea di demarcazione tra le cure a un malato terminale e l’accanimento terapeutico nei suoi confronti. Quindi dico no all’eutanasia ma penso che l’oltrepassamento di quella linea sottile vada giudicato – in certi casi – da un’équipe di medici; comunque non dal diretto interessato o dai suoi parenti”.

La linea non è affatto sottile ed è tracciata dalla volontà personale – grande assente in questa discussione sui diritti civili. Dicevo la linea: se e quali cure ricevere non può che essere il diretto interessato a stabilirlo, e qualsiasi decisione sanitaria non rispetti la volontà personale può essere considerata una forma di “accanimento terapeutico”. L’espressione è quanto mai infelice, perché ambigua e intrisa di paternalismo. Bisognerebbe smettere di usarla, distinguendo in ogni intervento o cura due aspetti: quello tecnico (utile o non utile clinicamente) e quello meno tecnico (giusto o sbagliato per noi, valutazione determinata da quello che pensiamo, dalla nostra sopportazione del dolore, dal nostro carattere – in una parola, dalle nostre preferenze soggettive). Ogni volta che scegliamo se e come curarci la nostra decisione non è solo tecnica, ma è un risultato di vari fattori. A parte l’espressione, l’idea che a decidere di “oltrepassare” la linea (qualsiasi cosa Madia volesse dire) debba essere “un’équipe di medici” e non il “malato terminale” è moralmente ripugnante e legalmente ambigua.

L’autodeterminazione è un principio centrale del nostro ordinamento, che può essere violato solo in presenza di gravi circostanze: quelle previste dal TSO, per esempio. Se non siamo coscienti, esistono degli strumenti giuridici per far sì che la nostra volontà possa essere espressa in anticipo (a questo dovrebbero servire le direttive anticipate di trattamento, che altro non sarebbero che un prolungamento temporale del consenso informato).

Non mi è affatto chiaro però per quale motivo, se la vita la dà e la toglie Dio, dovremmo parlare di medicina in generale, ma non mi addentrerò in discussioni teologiche.

L’ultimo tassello è la famiglia. “Personalmente quando parlo di famiglia, e della sua relativa tutela, mi riferisco a quella che sta nella costituzione”. Sì o no ai pacs, allora? “La libertà personale va rispettata sempre, per cui se due persone decidono di assumere pubblicamente diritti e doveri reciproci devono essere tutelate dalla legge. Ma certo è che se si parla di famiglia io penso a un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli. Scegliendo per la vita”.

La Costituzione, articolo 29, parla di coniugi senza specificare pornograficamente i loro caratteri sessuali primari o secondari. Ma a parte questo ricordo vago della Costituzione, ci troviamo di fronte a una delle definizioni più claustrofobiche della famiglia: un uomo e una donna (di cui si sia controllato bene il genere sessuale e magari già che ci siamo pure le preferenze sessuali) e i figli, preferibilmente (o doverosamente?) multipli. Rimangono fuori: le famiglie ricomposte, quelle allargate, quelle monoparentali, quelle sterili, quelle caste, quelle composte da membri dello stesso sesso. Tutte queste famiglie possono restare prive di tutele giuridiche.

Io non so se da allora Marianna Madia abbia cambiato idea, ma sarebbe interessante sapere da lei e dagli altri rappresentanti istituzionali che idee hanno in merito: non quello che farebbero loro, ma quale spazio di autodeterminazione credono sia giusto lasciare agli altri.

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