Le accuse dell’ex agente riaprono il capitolo più oscuro della vita del principe Andrea
Un ex membro della protezione reale racconta ad Afp comportamenti irregolari avvenuti a Londra tra il 1998 e il 2004, mentre la polizia valuta nuove verifiche legate al caso Epstein e ai timori di ritorsioni.
L'ex principe Andrea
Le parole di Paul Page, già ufficiale di protezione della Metropolitan Police assegnato alla famiglia reale britannica tra il 1998 e il 2004, riportano alla luce una stagione che Buckingham Palace avrebbe preferito lasciare sedimentare. L’ex agente, intervistato da Afp, sostiene che i protocolli di sicurezza venissero aggirati per consentire l’ingresso a giovani donne non identificate dirette all’allora principe Andrea. Un flusso costante, “diverse sere a settimana”, che secondo Page avveniva senza registrazioni formali e senza comunicazioni preventive al personale di sicurezza.
Il racconto è netto. Page descrive un clima di soggezione, alimentato da un atteggiamento che definisce “prepotente”. Il principe, afferma, non esitava a rimproverare agenti e dipendenti, convinto che il suo rango gli consentisse di ignorare procedure e cautele. L’ex ufficiale rivendica di essere stato il primo, nel 2008, a segnalare comportamenti irregolari del fratello dell’attuale sovrano.
Le pressioni sulla polizia
Le dichiarazioni arrivano in un momento delicato. La Metropolitan Police è nuovamente sollecitata a verificare quanto gli ex e gli attuali agenti possano sapere sulle accuse di traffico sessuale legate al caso Epstein. Il timore di ritorsioni, sottolinea Page, continua a frenare chi valuta di esporsi. Il suo ruolo, negli anni, lo portò a proteggere non solo Andrea, ma anche la regina Elisabetta II e l’allora principe Carlo. Un confronto che, nelle sue parole, mette in evidenza differenze di comportamento: la sovrana e il consorte comunicavano sempre i nomi dei loro ospiti; Andrea, invece, taceva quando si trattava di donne.
Il meccanismo, racconta, era semplice. Un valletto telefonava agli agenti annunciando un “appuntamento”. Nessun nome, nessuna verifica. In un’occasione, quando la polizia tentò di controllare una visitatrice, il principe intervenne direttamente con toni insultanti, pretendendo l’immediato accesso della donna. Un episodio che, nella ricostruzione di Page, segnò la misura del rapporto di forza.
Accessi riservati e figure centrali
L’ex agente sostiene che, nei primi anni Duemila, le visite femminili fossero frequenti: due o tre a settimana durante i turni notturni. A volte, aggiunge, gli stessi agenti dovevano accompagnare le ospiti a casa, pur non rientrando nei loro compiti. Un dettaglio che contribuisce a delineare un sistema informale, tollerato e mai contestato apertamente.
Particolarmente rilevante è il passaggio su Ghislaine Maxwell, figura chiave nell’universo Epstein. Page afferma che la donna godeva di un accesso illimitato a Palazzo: nessun controllo, nessuna registrazione, nessuna domanda. Un privilegio che, alla luce delle successive vicende giudiziarie, assume un peso ulteriore.
Un silenzio che si incrina
A dicembre, riferisce Page, la Met gli avrebbe inviato una lettera invitandolo a non divulgare informazioni. Un gesto che l’ex agente interpreta come un tentativo di contenere nuove rivelazioni. Le sue parole, tuttavia, si inseriscono in un quadro più ampio: la pressione dell’opinione pubblica, le richieste di trasparenza, il ruolo delle istituzioni nel chiarire eventuali omissioni.
Il racconto non offre conclusioni definitive, ma apre una serie di interrogativi sulla gestione della sicurezza reale negli anni Duemila e sulle responsabilità di chi, pur conoscendo dinamiche interne, scelse di non intervenire. In un sistema fondato sulla riservatezza, la voce di un ex agente rompe un equilibrio che sembrava destinato a durare.
