Mani della mafia su grande distribuzione Lidl e sicurezza Tribunale Milano

Mani della mafia su grande distribuzione Lidl e sicurezza Tribunale Milano
15 maggio 2017

L’ombra della mafia sulla gestione della sicurezza del Palazzo di Giustizia di Milano. Con i tentacoli del clan Laudati, potentissima famiglia mafiosa di Catania, che si allungano anche sui golosi appalti Lidl, multinazionale tedesca della grande distribuzione. Non a caso, si chiama “Security” l’operazione della Dda di Milano che ha portato all’arresto di 14 persone (11 in carcere e 3 ai domiciliari), a un divieto di dimora nella provincia di Catania. Gli inquirenti coordinati dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Paolo Storari hanno ottenuto dal gip Giulio Fanales una raffica di perquisizioni tra Lombardia, Piemonte, Sicilia e Puglia e il sequestro preventivo di immobili società e disponibilità finanziarie. La Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano ha anche disposto il commissariamento di quattro delle dieci direzioni generali di Lidl Italia (Volpiano e Biandrate in Piemonte, Somaglia in Lombardia e Misterbianco in Sicilia) e del consorzio di cooperative che, tra l’altro, ha ottenuto l’appalto per la sorveglianza della cittadella giudiziaria milanese. Sarà dunque un amministratore giudiziario nominato dal Tribunale a gestire la security del Palazzo di Giustizia di Milano e quei rami d’azienda Lidl (ristrutturazione e rifacimenti, logistica e sicurezza) dove imprenditori in odor di mafia sarebbero riusciti a infiltrarsi a danni di altri fornitori onesti.

Il filo conduttore dell’inchiesta milanese è il fiume di soldi diretto in Sicilia. “Il denaro raccolto a Milano finiva nelle disponibilità della famiglia Laudani”, ha spiegato il pm Boccassini. In manette, tra gli altri, sono finiti i fratelli Nicola e Alessandro Fazio, “titolari di numerose cooperative che si occupano di sicurezza”, compresa “quella del Palazzo di Giustizia di Milano”, accusati di aver versa versato “periodicamente somme di denaro alla famiglia Laudani, al fine di acquisire commesse in Sicilia”. Tra gli arrestati anche gli imprenditori Luigi Alecci, Giacomo Politi e Emanuele Micelotta, “che gestiscono un consorzio di cooperative operative nel settore della logistica e che sono i referenti al Nord della famiglia mafiosa dei Laudani”. Secondo l’accusa, attraverso un vortice di cooperative amministrate da prestanome, avviate per essere messe quasi subito in liquidazione, alcuni imprenditori compiacenti e un giro di false fatturazioni, avrebbero generato del “nero” poi “portato in Sicilia e lì consegnato ad esponenti” del clan catanese e “utilizzato per il sostentamento della famiglia mafiosa dei Laudani”. Soldi serviti “non solo al mantenimento delle famiglie dei boss detenuti”, ma anche per ottenere “commesse nelle realtà imprenditoriali locali”, a partire dalle “filiali Lidl siciliane”. Ed è proprio grazie a “dazioni di denaro a esponenti della famiglia Laudani” che i tre imprenditori, sottolinea il gip Giuio Fanales nell’ordine di arresto, avrebbero ottenuto “il monopolio” sulle “commesse e appalti di servizi in Sicilia” da parte di Lidl Italia. Alecci, Micellotta e Politi vantano infatti “costanti contatti con la potente famiglia mafiosa dei Laudani” ed è forse per questo che il manager della catena di supermercati Simone Suriano avrebbe garantito loro “l’assegnazione di numerose lavorazioni e rifacimenti delle filiali Lidl” in Piemonte in cambio di un ricompensa da 4 mila euro al mese.

E se il gip Fanales parla di “stabile asservimento di dirigenti di Lidl Italia preposti all’assegnazione degli appalti” a favore “delle imprese controllate” dagli arrestati, i giudici della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale criticano la multinazionale tedesca soprattutto per “l’assenza di efficaci meccanismi di controllo interno”. L’inchiesta lambisce anche personale delle istituzioni. Come Giovanna Afrone, 53 anni, responsabile del Servizio Gestione Contratti Trasversali del Comune di Milano, finita agli arresti domiciliari: la donna, precisa il gip Fanales nell’ordinanza, “si impegna ad assicurare, alle imprese facenti capo agli indagati, l’assegnazione di plurimi appalti, per contratti di servizio di durata temporanea, da parte del Comune di Milano, ciascuno per un importo compreso entro i 40 mila euro e tramite procedure di affidamento diretto”. O come Domenico Palmieri, ex dipendente della Provincia di Milano e attualmente sindacalista: secondo i magistrati che lo accusano di traffico di influenze illecite, avrebbe ricevuto un compenso tra i 1.000 e i 2.000 euro al mese per il suo ruolo di “facilitatore” che lo avrebbe visto “a libro paga” dei referenti del clan Laudani al Nord per mettere questi ultimi in contatto altri funzionari pubblici compiacenti. E “uno degli aspetti più inquietanti” dell’inchiesta milanese, ha commentato Ilda Boccassini, è proprio la facilità nell’individuare quei “funzionari pubblici che si fanno corrompere”. Perchè gli arrestati nel blitz di oggi “sapevano chi corrompere” e “chi fossero quelli giusti da corrompere”. In uno scenario come quello italiano “dove ormai le soglie sono abbassate”, è la denuncia del capo della Dda milanese, rintracciare funzionari corruttibili “è troppo facile. Facilissimo come pescare in un laghetto dove ci sono trote affamate”

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